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Pazienti di guerra
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Afghanistan20

20 anni di guerra

2001—2021

Afghanistan20 è il progetto di EMERGENCY che racconta 20 anni di guerra dalla parte delle vittime. Il racconto è frutto di un lavoro sul campo condotto tra giugno e inizio luglio 2021 nei tre ospedali di EMERGENCY a Kabul, Lashkar-gah e Anabah, integrato con le interviste realizzate in Italia, le storie dell’archivio, i principali dati raccolti in questi anni da EMERGENCY e da UNAMA, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan.
I testi sono stati redatti prima dell'offensiva militare che, a metà agosto, ha condotto i Talebani alla conquista del potere, pertanto le storie si riferiscono a periodi precedenti a quella data. In ogni caso, per tutelare la sicurezza e la privacy dei pazienti curati e dei colleghi afgani, EMERGENCY ha deciso di sostituire i loro nomi con nomi di fantasia. La cornice temporale scelta è relativa agli ultimi 20 anni di un conflitto che, a fasi alterne, procede dal 1978/79. Con una costante: le vittime civili.
Afghanistan20 è stato realizzato con il contributo di ricercatori e giornalisti che, in questi anni, hanno assistito alle conseguenze della guerra e ne hanno dato informazione, anno dopo anno. Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni a EMERGENCY riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza. EMERGENCY non si assume nessuna responsabilità in relazione alle informazioni contenute in questi testi.
EMERGENCY è presente in Afghanistan dal 1999 e, da sempre, il nostro lavoro si basa su un principio fondamentale che continueremo a preservare, la neutralità: l’intervento umanitario non mira a favorire nessuna fazione di un conflitto armato. Le attività di EMERGENCY nel Paese non si sono mai fermate e non abbiamo intenzione di interrompere il nostro lavoro: continueremo a restare accanto alla popolazione afgana, una popolazione che aveva bisogno di aiuto prima e ha bisogno di aiuto adesso.
2001

Ad aprile apre il Centro chirurgico per vittime di guerra di EMERGENCY a Kabul.

Gli attacchi suicidi compiuti da al Qaida contro obiettivi militari e civili sul territorio degli Stati Uniti scatenano la reazione americana contro l’Afghanistan. L’esercito statunitense dà avvio alla campagna di bombardamenti contro le forze talebane, chiamata Enduring Freedom.

2002

Nel Centro chirurgico per vittime di guerra di EMERGENCY ad Anabah - aperto nel dicembre 1999 - la chirurgia di guerra viene quasi totalmente sostituita dalla chirurgia generale, traumatologia, medicina interna e pediatria.

Vengono inviati in Afghanistan i primi 500 soldati italiani.

2003

A giugno apre il Centro di maternità di EMERGENCY ad Anabah.

La NATO assume il controllo delle forze di sicurezza internazionali (ISAF) in Afghanistan.

2004

A settembre apre il Centro chirurgico per vittime di guerra di EMERGENCY a Lashkar-gah.

Prime elezioni dopo l’inizio della guerra, Karzai diventa il primo presidente eletto.

2005

Apre il primo Posto di primo soccorso (First Aid Post- FAP) nella provincia dell’Helmand, a Grishk. Oggi, la rete conta 44 Posti di primo soccorso e Centri sanitari di base dislocati in 31 distretti del Paese.

2006

Per la prima volta l’ospedale di Kabul ammette più di 1.000 feriti di guerra in un anno.

L'Afghanistan meridionale affronta la più grande ondata di penetrazione nel Paese dalla caduta del regime talebano nel 2001, realizzata da forze NATO a guida statunitense.

2007

Chiusura temporanea degli ospedali di EMERGENCY in seguito all’arresto di un membro dello staff che aveva collaborato alla liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo.

Il 13 maggio 2007, viene annunciata la morte del mullah Dadullah, uno dei più importanti comandanti talebani.

2008

Apre il Posto di primo soccorso (FAP) di Ghazni, teatro di scontri continui. In soli 4 anni il numero di pazienti visitati sale a più di 1.000.

Le truppe americane impegnate in Afghanistan aumentano in maniera consistente, fino a raggiungere la presenza di oltre 48 mila soldati.

2009

UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) inizia a raccogliere dati sulle vittime civili. Nei tre ospedali di EMERGENCY vengono ricoverati più di 2.200 pazienti vittime di guerra, di cui il 32% bambini.

Per la prima volta - con l’insediamento dell’amministrazione Obama - viene fissato un lasso di tempo per la presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan.

2010

L’ospedale di Kabul diventa esclusivamente un Centro dedicato alla chirurgia di guerra.

Arresto di 3 operatori di EMERGENCY con accuse false nell’ospedale di Lashkar-gah. Mobilitazione degli italiani per la loro liberazione: l’appello Io sto con EMERGENCY viene firmato da 400 mila persone in 4 giorni.

2011

Gli ospedali di EMERGENCY vengono riconosciuti come Centri di formazione dal ministero della Sanità afgano per la chirurgia, la ginecologia e la pediatria.

Il numero di soldati italiani e statunitensi raggiunge l’apice con circa 100 mila soldati americani e oltre 4 mila italiani.

2012

6 specializzandi - di cui 4 in chirurgia e 2 in ginecologia - ricevono formazione ufficiale nei nostri ospedali.

2013

EMERGENCY inizia a raccogliere sistematicamente i dati delle mass casualty nell’ospedale di Kabul.

2014

Il Posto di primo soccorso di Sangin (Lashkar-gah) registra il record di visite (5.656).

La missione di combattimento degli Stati Uniti è ufficialmente conclusa dopo il ritiro della maggior parte delle truppe da combattimento e il passaggio a una guerra “a guida afgana”. Rimangono nel Paese 10 mila soldati statunitensi.

2015

UNAMA registra il numero più alto di bambini vittime della guerra.

Anno con la più alta percentuale di vittime civili da violenza esplosiva e con il più alto numero di vittime civili per incidente registrato (Action on Armed Violence - AOAV).

2016

L’ospedale di Lashkar-gah ricovera il numero di pazienti vittime di guerra più alto di sempre (2.997).

La città di Lashkar-gah viene circondata dai Talebani.

2017

Lo staff dell’ospedale di Kabul gestisce 17 mass casualty.

Il Segretario Generale dell'Onu cambia la valutazione del Paese da una situazione di post-conflitto a un “Paese colpito da un conflitto attivo che non accenna a diminuire”.

2018

È l’anno più drammatico per EMERGENCY, con oltre 7 mila pazienti vittime di guerra ricoverati.

Il 27 gennaio lo staff di Kabul gestisce la mass casualty più grande di sempre con 119 feriti ricoverati.

2019

La rete dei Posti di primo soccorso di EMERGENCY compie 20 anni e raggiunge le oltre 40 cliniche.

2020

Tutte le strutture sono state messe in sicurezza per evitare il contagio da Covid-19. Nessun ospedale di EMERGENCY è mai stato chiuso durante i mesi più caldi dell’epidemia.

Gli Stati Uniti firmano un accordo con i Talebani a Doha per il ritiro delle truppe. A settembre dello stesso anno iniziano anche gli storici colloqui di pace tra Talebani e governo afgano.

2021

Da dicembre 1999 a giugno 2021 sono stati ricoverati circa 70 mila pazienti vittime di guerra nei tre ospedali di EMERGENCY.

In contestazione con il ritardo del ritiro delle forze americane annunciato da Biden, i Talebani lanciano un’offensiva in tutto il Paese.

Continueremo a essere estremamente realisti e, allo stesso tempo, a coltivare l’utopia.

Continueremo a curare le vittime e a darci da fare per abolire la guerra.

Grazie Gino.

Afghanistan20
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© Massimo Grimaldi
Da che parte stare
Gino Strada, chirurgo e fondatore di EMERGENCY

Dopo anni di coprifuoco mediatico, l’Afghanistan è tornato alla ribalta in seguito all’annuncio del ritiro delle truppe internazionali da una delle zone più strategiche dell’Asia.

Per chi non lo ricordasse, vale la pena raccontare qui come nacque questa guerra. Nella risoluzione numero 1368 approvata all’indomani dell’attacco delle Torri Gemelle di New York, il Consiglio di Sicurezza aveva dichiarato “di essere pronto a intraprendere tutti i passi necessari per rispondere agli attacchi terroristici dell’11 settembre, e a combattere tutte le forme di terrorismo, in conformità alle sue responsabilità secondo la Statuto delle Nazioni Unite”. L’Onu aveva fatto appello a tutti gli Stati “per assicurare alla giustizia gli esecutori, gli organizzatori e i mandanti”. La risoluzione venne ignorata: al Consiglio di Sicurezza - unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza - non si lasciò il tempo di compiere nessun passo.

Gli USA ignorarono la risoluzione del Consiglio di Sicurezza e procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l’Afghanistan era già stata presa nell’autunno del 2000 dall’Amministrazione Clinton.

Il dottor Gino Strada in sala operatoria nel Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul.
© Riccardo Venturi/Contrasto

Il 7 ottobre 2001 l’aviazione USA diede il via ai bombardamenti aerei.

Ufficialmente, l’Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla “guerra santa” anti-USA di Osama bin Laden. Così la “guerra al terrorismo” diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo proprio con i Talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali USA del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994.

Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei Parlamentari italiani approvò una risoluzione in cui il governo si impegnava “ad assicurare il sostegno alle azioni anche militari, che si renderanno necessarie(...) nella lotta contro il terrorismo internazionale”. In quel documento si precisava che tale azione avrebbe dovuto essere “perseguita e concentrata su obiettivi mirati e circoscritti, secondo criteri di proporzionalità, evitando il coinvolgimento di popolazioni civili inermi”.

Costi di pace VS costi di guerra

Costi di mantenimento degli ospedali di EMERGENCY
Spese di guerra Italia
Spese di guerra Stati Uniti
5 miliardi10 miliardi15 miliardi20 miliardi25 miliardi30 miliardi35 miliardi40 miliardi45 miliardi50 miliardi55 miliardi60 miliardi65 miliardi70 miliardi75 miliardi80 miliardi85 miliardi90 miliardi95 miliardi100 miliardi105 miliardi110 miliardi115 miliardi120 miliardi125 miliardi130 miliardi135 miliardi140 miliardi145 miliardi150 miliardi155 miliardi160 miliardi165 miliardi170 miliardi175 miliardi180 miliardi185 miliardi190 miliardi195 miliardi200 miliardi205 miliardi210 miliardi215 miliardi220 miliardi225 miliardi230 miliardi235 miliardi240 miliardi245 miliardi250 miliardi255 miliardi260 miliardi265 miliardi270 miliardi275 miliardi280 miliardi285 miliardi290 miliardi295 miliardi300 miliardi305 miliardi310 miliardi315 miliardi320 miliardi325 miliardi330 miliardi335 miliardi340 miliardi345 miliardi350 miliardi355 miliardi360 miliardi365 miliardi370 miliardi375 miliardi380 miliardi385 miliardi390 miliardi395 miliardi400 miliardi405 miliardi410 miliardi415 miliardi420 miliardi425 miliardi430 miliardi435 miliardi440 miliardi445 miliardi450 miliardi455 miliardi460 miliardi465 miliardi470 miliardi475 miliardi480 miliardi485 miliardi490 miliardi495 miliardi500 miliardi505 miliardi510 miliardi515 miliardi520 miliardi525 miliardi530 miliardi535 miliardi540 miliardi545 miliardi550 miliardi555 miliardi560 miliardi565 miliardi570 miliardi575 miliardi580 miliardi585 miliardi590 miliardi595 miliardi600 miliardi605 miliardi610 miliardi615 miliardi620 miliardi625 miliardi630 miliardi635 miliardi640 miliardi645 miliardi650 miliardi655 miliardi660 miliardi665 miliardi670 miliardi675 miliardi680 miliardi685 miliardi690 miliardi695 miliardi700 miliardi705 miliardi710 miliardi715 miliardi720 miliardi725 miliardi730 miliardi735 miliardi740 miliardi745 miliardi750 miliardi755 miliardi760 miliardi765 miliardi770 miliardi775 miliardi780 miliardi785 miliardi790 miliardi795 miliardi800 miliardi805 miliardi810 miliardi815 miliardi
0 euro

Le spese di guerra degli Stati Uniti includono: il budget stanziato dal Dipartimento della difesa e relative aggiunte; la stima degli interessi dei prestiti di guerra; la spesa destinata ai veterani; il budget del Dipartimento di stato.

Fonte: The Costs of War Project, The Watson Institute for International and Public Affairs at Brown University

Le spese di guerra dell’Italia includono: il costo ufficiale della partecipazione dell’Italia alle missioni militari in Afghanistan iniziate dal novembre 2001; l’esborso a sostegno delle forze armate e di polizia afgane; le spese aggiuntive.

Fonte: MIL€X, Osservatorio sulle spese militari italiane.

Era l’inizio di una vera e propria aggressione a un intero Paese per colpire un gruppo di terroristi.

Nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni vennero ammazzati più civili di quanti ne erano stati uccisi a New York. I luoghi, le date, i nomi di queste vittime sono stati meticolosamente raccolti da Mark Harold, professore statunitense dell’università del New Hampshire. Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più incerte: secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state uccise e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. Solo nell’ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha registrato almeno 28.866 bambini vittime di guerra. E sono numeri certamente sottostimati.

Ho avuto a che fare per la prima volta con la guerra afgana nel 1989, come chirurgo in un ospedale della Croce Rossa internazionale a Quetta. È stato lì il mio primo incontro con il popolo afgano, martoriato dai combattimenti tra forze governative filosovietiche e mujahedin e dalle mine. Contadini feriti mentre badavano ai campi, commercianti colpiti al bazar, donne e bambini feriti nei pressi di casa. Nel 1999, dieci anni dopo, sono tornato in Afghanistan con EMERGENCY. Prima abbiamo aperto un ospedale nella valle del Panshir, controllata dai mujahedin del comandante Massoud, poi nella primavera del 2001 ne abbiamo aperto un secondo a Kabul e nel 2004 un terzo a Lashkar-gah, nel profondo sud. In tutti questi ospedali ho operato donne, uomini e bambini di tutte le età. In Afghanistan, come in ogni guerra che ho conosciuto da vicino, di 10 vittime, 9 erano sempre civili. Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza anno dopo anno, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione.

© Mario Dondero

Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e oltre 5 milioni di profughi, tra sfollati interni e rifugiati, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta precipitando di nuovo in una guerra civile, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 trilioni di dollari, l’Italia oltre 8,5 miliardi di Euro. Un calcolo approssimativo di qualche anno fa stimava in un milione di dollari il costo medio per anno di ogni soldato americano di stanza nel Paese.

Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

In 22 anni di lavoro in Afghanistan, EMERGENCY ha speso circa 145 milioni di Euro raccolti da donatori privati, istituzioni e negli ultimi anni anche dal governo afgano. Con questa cifra abbiamo curato oltre 7,5 milioni di persone, formato nuovi medici e personale sanitario, dato lavoro a circa 2.500 afgani. Praticamente l’equivalente di aver tenuto un piccolo contingente di soldati nel Paese per un anno. Come sempre, si tratta di scegliere che cosa si vuole fare. Come sempre si tratta di scegliere da che parte stare.

Da dove provengono i fondi utilizzati da EMERGENCY

Fondi EMERGENCY
Fondi provenienti da organizzazioni istituzionali
Fondi provenienti dal governo afgano
2001
2001
2018
Fonte: EMERGENCY
© Vincenzo Metodo
Le vittime
Il posto peggiore dove essere bambini
Elise Blanchard, giornalista e fotografa, Agence France-Presse (AFP)

L'impatto devastante della guerra afgana sui bambini, specialmente nelle zone remote, può essere difficile da comprendere appieno. Anche vicino ai fronti di guerra i bambini hanno continuato a giocare, a ridere.

Non significa che non siano consapevoli di ciò che accade. I loro parenti e amici sono morti a causa dei combattimenti. I loro villaggi sono stati attaccati. Le ragazze sono state costrette ad abbandonare la scuola per sposarsi: le loro famiglie sono troppo povere. Ma, nonostante tutto, i bambini hanno continuato a sorridere.

Anche i ragazzi che hanno appena lasciato Daesh, e che hanno visto il peggio dell'umanità, sorridono. Anche l'adolescente incinta, che era sposata con un combattente Daesh, sorride. Anche il ragazzo di 12 anni i cui genitori, membri di Daesh, sono stati uccisi in un attacco aereo, ha un timido sorriso sulla faccia.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

I bambini nascondono bene il loro trauma, ma è lì. In una ex scuola dove venivano tenute le mogli dei combattenti Daesh, i loro figli correvano e giocavano. Sulle pareti avevano disegnato kalashnikov, uomini armati su camioncini, esplosioni e droni. In qualsiasi aspetto del conflitto, i bambini sono i primi testimoni della guerra.

Mohaibullah ha visto i Talebani arrivare nel suo villaggio, situato vicino al fronte nel violento distretto di Maiwand, Kandahar. “Nei 15 anni della mia vita ho assistito a combattimenti costantemente. Ce n’è uno ogni notte”, racconta Mohaibullah. "Il mio cuore dice che la pace non verrà".

© Vincenzo Metodo

La sua famiglia è fuggita per alcuni giorni e da quando sono tornati suo cugino di 13 anni, Rafiullah, non è più uscito di casa di notte, nemmeno per pregare con suo padre. “Quando esco ho molta paura. Temo che potrebbero esserci di nuovo combattimenti o un ordigno esplosivo in arrivo", ha spiegato.

Cosa sperano per il futuro oltre alla pace? La possibilità di andare a scuola. È quello che dicono tutti i bambini in zone in dove, a causa della violenza, le scuole sono state distrutte, sono troppo difficili da raggiungere o non sono mai state costruite.

In un altro villaggio di Maiwand, nel 2020, è stata costruita una scuola per ragazze. “Ma ora sono troppo grande per iniziare”, racconta Malalai, 14 anni. “Sarei stata felice se fossi andata a scuola, tutto sarebbe stato più felice. Ma ora non posso, sono fidanzata”. Nelle zone rurali la povertà, aggravata dalla guerra, allontana le bambine dalla scuola.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

Quando, nel 2021, sono stata in diversi distretti rurali della provincia di Herat, ho incontrato o sentito di ragazze promesse in sposa e costrette a lasciare la scuola - il più delle volte intorno ai 13 anni, a volte più giovani - in ogni famiglia che ho incontrato, sia nelle aree controllate dal governo, che nei territori controllati dai Talebani che nelle zone sul fronte.

È una questione di cultura ma anche di povertà, secondo alcune madri: i genitori della sposa ricevono soldi dallo sposo e per molte famiglie è un modo per sopravvivere.

In un modo o nell'altro, i bambini sono vittime dirette della guerra.

Molti muoiono solo perché si trovano nel posto sbagliato - nei loro villaggi - al momento sbagliato.

Nel distretto di Ghoryan, Herat, un bambino è morto di recente a causa dei combattimenti. Nessuno sa di chi sia la colpa. È successo in una zona remota e grigia che non “appartiene” a nessuno, dove i Talebani andavano ogni giorno per attaccare le forze afgane e la morte del bambino non ha fatto molto scalpore. Molti luoghi sono troppo remoti per avere una copertura giornalistica adeguata.

Nel distretto Kajaki di Helmand, nel sud, tutti hanno perso qualcuno.

© Vincenzo Metodo

Il figlio di Agha Lala è stato ucciso mentre si occupava del bestiame. Un amico di Naveed, 13 anni, è stato ucciso da un razzo talebano mentre andava a scuola. Naveed è stato ferito. Anche suo padre è morto a causa dei combattimenti.

Vivevano nel bazar di Tangi, bloccati tra infinite distese di territorio talebano e la diga di Kajaki, controllata dal governo. L'unica via d'uscita è l’elicottero e i civili non hanno accesso a cure mediche.

"Quando un bambino è malato, muore", ha spiegato Kamal. È così che è morto suo nipote.

Molti bambini non vivono a lungo a causa dell'allarmante tasso di mortalità infantile in Afghanistan.

Le donne, soprattutto nelle zone rurali e instabili, hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari: una situazione che sta peggiorando man mano che gli aiuti dei donatori internazionali diminuiscono in vista del ritiro degli Stati Uniti.

“Mia figlia è morta a Marjah perché non c’era un ospedale”, ha spiegato Farzana, 20 anni, fuggita dai Talebani quando hanno preso il controllo del suo villaggio nell’Helmand. "Molti bambini sono morti a Marjah”.

© Vincenzo Metodo

Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza.

L’impatto della guerra afgana sulle donne
Zuhal Ahad, Giornalista esperta in tematiche di genere, BBC

Nonostante le donne possano non essere direttamente coinvolte nei combattimenti, l’impatto di questa guerra su di loro è enorme: famiglie distrutte, sfollamenti, danni psicologici, impoverimento economico e violenza sessuale. Gli attacchi ai reparti di maternità, alle scuole, alle università, ai centri educativi, alle stazioni televisive, alle moschee e alle sale per matrimoni, hanno causato la morte di molte donne. Nello specifico, in base ai dati UNAMA, nella prima metà del 2021 le donne afgane uccise o ferite da questo conflitto hanno rappresentato il 14% del totale delle vittime civili della guerra.

Mentre gli USA proseguono con il ritiro delle truppe dall’Afghanistan entro l’11 settembre, si sono susseguiti una serie di attacchi mirati senza precedenti nei confronti di attivisti della società civile e giornalisti, prevalentemente donne.

© Massimo Grimaldi

Donne professioniste e famose sono state deliberatamente scelte e uccise. Tra di loro giornaliste, avvocatesse, giudici, attiviste, donne di spicco. A marzo 2021 tre donne che lavoravano nel settore media sono state uccise mentre tornavano nelle loro case nella provincia di Nangarhar. Erano tre donne giovani, laureate da poco, che lavoravano nel dipartimento di doppiaggio di una stazione televisiva locale di Jalalabad. A seguito dell’accaduto, la rete televisiva ha mandato a casa tutte le dipendenti per salvaguardare la loro sicurezza.

L’attacco più brutale accaduto di recente si è verificato l’8 maggio 2021. Un’esplosione ha massacrato circa 100 studentesse della scuola Sayed al-Shohada a Dasht-e-Barchi, un quartiere a maggioranza shiita e hazara nella zona occidentale della capitale afgana. Durante la visita a un ospedale locale nel giorno dell’accaduto, ho visto decine di ragazze sui loro letti, prive di sensi, alcune soffrivano molto, altre erano già morte. Firuza era sotto shock, piangeva la perdita della figlia diciassettenne che avrebbe dovuto diplomarsi la settimana seguente. Nel frattempo si preoccupava di mandare o meno gli altri figli a scuola. “Bisogna essere coraggiosi per mandare i propri figli a scuola. Se decidi di mandarli possono accadere queste cose, se non li mandi a scuola rimarranno senza futuro” sottolinea Firuza.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

Secondo la Banca Mondiale le donne rappresentano solo il 16% della forza lavoro in Afghanistan, la proporzione più bassa del mondo. Di conseguenza, quando un uomo viene ucciso o ferito, la responsabilità di sostenere la famiglia ricade sulle donne, tendenzialmente non istruite e senza lavoro. Masoumah, 42 anni, ha perso suo marito in un attacco talebano nel distretto di Malistan, a Ghazni. È fuggita a Kabul con suo figlio, sua figlia, incinta di un altro bambino. “Mi chiedo chi si prenderà cura di noi e cosa faremo a Kabul” dice Masoumah. Lei è l’esempio di migliaia di vedove di guerra che ci sono oggi in Afghanistan.

La guerra ha contribuito ad ostacolare l’accesso all’istruzione e ai servizi sanitari nel Paese per le donne, specialmente nelle piccole città e nelle province. Il conflitto tra le parti coinvolte si è acuito negli ultimi mesi, a seguito del ritiro delle truppe USA e dei loro alleati. Aqela, che è incinta di sette mesi, ha viaggiato con suo marito da Kabul a Ghazni per vedere un dottore. “A causa dei combattimenti in corso, tutti i dottori hanno lasciato la clinica della nostra zona”, spiega. “Molte donne che conosco hanno perso la vita mentre partorivano, sarebbero vive se ci fosse stata una brava dottoressa e una clinica vicina”.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

A Kandahar, Nasrin, 17 anni, non è andata a scuola per quattro anni a causa dei combattimenti in corso. “La mia famiglia non mi ha permesso di andare a scuola, mi dicevano che c’è la guerra ed è meglio stare a casa e prepararsi per il matrimonio”, racconta Nasrin, che come molti afgani ha solo un nome. Adesso fa la terza media e vuole diventare un avvocato ma potrebbe non realizzare mai il suo sogno. “Considerando la mia famiglia e la guerra nella mia provincia, non credo che riuscirò a finire la scuola, figuriamoci a diventare un avvocato”.

Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza.

Il nostro racconto
Giuliano Battiston, giornalista
Il primo giorno di lavoro

“C’è chi ferisce, chi causa dolori e sofferenze. E poi ci siamo noi, che curiamo gli altri”. Zahra rivendica il suo lavoro di infermiera, il coraggio di svolgerlo per tanti anni di seguito, in un Paese in guerra. “Dopo tutto quello che abbiamo vissuto, dopo che ho dovuto ricostruire per tre volte casa mia, non ho più paura di nulla, solo di Allah”. Mostra il cartellino plastificato di EMERGENCY con orgoglio. Sopra c’è una data speciale, “il mio primo giorno di lavoro: 7 aprile 2001”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Sono trascorsi più di venti anni e questa donna minuta e sorridente nonostante tutto è ancora qui, al Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul. “Oggi mi sento un po’ come la madre di tutti, ma ero giovane quando sono arrivata”, racconta mentre fuori aumenta il traffico di Shahr-e-Now, il quartiere centrale di questa città da 6 milioni di abitanti. “Sono stata la prima a superare l’esame con Gino Strada e Kate Rowlands. Me lo ricordo come fosse oggi. Non parlavo inglese, solo francese, ma mi rassicurarono dicendo che contavano la competenza, l’impegno”. Da allora, spiega, “tante cose sono cambiate, a Kabul e nell’ospedale. La terapia intensiva, la farmacia, la fisioterapia, le mura più alte, il giardino”. A rimanere costante, “c’è che la gente comune continua a morire ogni giorno. Ogni giorno viene ferita. E ogni giorno la curiamo”.

Leila Borsa e Silvia Triantafillidis, Centro chirurgico per vittime di guerra di Lashkar-gah.
EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“Tornavo al mio negozio dalla moschea quando mi hanno colpito al collo. Me la sono vista brutta. Ma già mi hanno operato e il proiettile è stato estratto”. Noor ha 35 anni, i capelli alti e la barba incolta. Vive nei pressi di Maidan Shar, capoluogo della provincia di Wardak, non lontano da Kabul. Mostra il collo e la parte alta del torace. Le fasciature. Lamenta la crescente insicurezza di Maidan Shar. “Negli ultimi giorni, altre 4 persone sono rimaste ferite negli scontri tra i Talebani e i soldati”, spiega. Prima si combatteva più lontano, “fuori dalla città, ora sempre più vicino. È un guaio per tutti”. Si dice preoccupato per i 5 figli, che lo aspettano a casa. Dentro le mura dell’ospedale, lui si sente protetto. “Fuori la situazione peggiora di giorno in giorno”.

Marco Puntin, Country director di EMERGENCY in Afghanistan.

In Afghanistan dal gennaio 2018, prima come logista, poi come Grant manager e dal gennaio 2020 come Country Director di EMERGENCY nel Paese, Marco Puntin guarda oltre le mura dell’ospedale, tracciando un primo bilancio di questi venti anni. “Rispetto a quando abbiamo iniziato, per fortuna sono aumentate le strutture sanitarie disponibili e la rete di assistenza. Qui a Kabul ci sono ormai anche altri ospedali che si occupano dei feriti, come il Wazir Akbar Kan”, a poco più di due chilometri da qui. “Ma i nostri rimangono i centri più importanti di tutto l’Afghanistan per la chirurgia di guerra”, sostiene Puntin. I pazienti “arrivano nel nostro Centro chirurgico di Kabul anche da province lontane, dal nord, per esempio dalle province di Takhar, Faryab, Badakhshan, oppure dall’ovest, anche da Herat. A volte serve una settimana di viaggio per raggiungerci”. Benché cresciuta nel tempo, la rete sanitaria locale non soddisfa i bisogni della popolazione. Né per i traumi ordinari, né per quelli di guerra. Il conflitto prosegue infatti da più di quarant’anni.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

L’evento che lo ha innescato è, probabilmente, la cosiddetta “Rivoluzione di Saur”. Il colpo di Stato del 27 aprile 1978 con cui il Partito democratico popolare dell’Afghanistan (Pdpa) rovescia la repubblica presidenziale di Mohammed Daud. Un colpo di Stato che l’anno successivo, nel dicembre del 1979, avrebbe portato all’invasione delle truppe sovietiche, ritiratesi soltanto dieci anni dopo, nel 1989. Si tratta della prima fase del conflitto. A cui segue, dal 1992 al 1996, la guerra tra i gruppi di mujahedin usciti vittoriosi ma divisi dalla resistenza contro le truppe di occupazione; poi la presa del potere dei Talebani, fino al rovesciamento militare del loro Emirato islamico d’Afghanistan, alla fine del 2001. Infine, la quarta e ultima fase, segnata dalla guerra tra i Talebani da una parte e il governo di Kabul, sostenuto dagli Stati Uniti e dalla Nato. L’ultima fase non è ancora finita, come testimoniano i dati.

Morti e feriti

UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan), la missione dell’Onu a Kabul, ha iniziato a raccogliere dati sulle vittime civili nel 2009. Da allora sono 116 mila circa (116.076 al 30 giugno 2021) le vittime totali: 40.218 i civili uccisi, 75.858 i feriti. La media annuale è impressionante: 9.241 le vittime, di cui 3.094 uccise, 5.835 ferite.

Le vittime civili della guerra afgana

Morti
Feriti
2009
2009
2021
La raccolta dei dati di UNAMA è iniziata nel 2009.

Per il 2021 i dati fanno riferimento ai primi sei mesi dell’anno.

Fonte: United Nations Assistance Mission in Afghanistan – UNAMA

I dati raccolti da EMERGENCY possono essere letti insieme a quelli di UNAMA. La raccolta dei dati avviene secondo criteri diversi: UNAMA applica la definizione di 'civile' stabilita dal diritto umanitario internazionale, cioè le persone che non partecipano o che hanno smesso di partecipare alle azioni di ostilità; EMERGENCY, in un elenco che inizia nel 2001, include tutti i pazienti vittime di guerra arrivati nei propri ospedali, nel rispetto dei principi di neutralità, imparzialità e umanità. Le tendenze rilevate, però, sono significative e comuni. Se, come abbiamo visto, dal 2009 al 2021 le Nazioni Unite registrano complessivamente 75.858 civili feriti, nello stesso periodo nei tre Centri chirurgici principali di EMERGENCY – Anabah, Kabul e Lashkar-gah – sono stati ammessi e curati 60.958 pazienti.

Il quadro, però, va allargato anche agli anni precedenti al 2009 e meglio precisato. Il primo Centro chirurgico di EMERGENCY in Afghanistan viene infatti attivato nel 1999 ad Anabah, nella Valle del Panshir, per offrire cure gratuite alle vittime della guerra tra i Talebani e l’Alleanza del Nord e delle mine antiuomo disseminate durante l’offensiva russa. Ma nel corso degli anni, come vedremo meglio nel quarto capitolo, “è diventato un vero e proprio ospedale generale: la chirurgia di guerra è stata quasi totalmente sostituita da chirurgia generale, traumatologia, medicina interna e pediatria”. E dal 2003 ospita anche il Centro di maternità, “l’unica struttura specializzata e gratuita nella zona che offra assistenza ginecologica, ostetrica e neonatale”. Risale al 2001, invece, l’apertura del Centro chirurgico di Kabul, dedicato alle vittime di guerra, come quello di Lashkar-gah, inaugurato nel 2004, per tener conto di una nuova fase del conflitto, come vedremo nel terzo capitolo.

Le vittime di guerra curate nei tre ospedali di EMERGENCY

Pazienti
2001
2001
2020

Centro chirurgico di Anabah: apertura dicembre 1999.

Centro chirurgico di Kabul: apertura aprile 2001.

Centro chirurgico di Lashkar-gah: apertura settembre 2004.

I dati relativi all’anno 2002 non sono disponibili.

Fonte: EMERGENCY

Tornando ai dati, e allargando la cornice di riferimento agli ultimi venti anni, emerge un elemento distintivo. “Se si considerano i nostri dati complessivi, dal 2001 al 2021, c’è una tendenza inequivocabile: l’incessante crescita delle vittime civili”, spiega Matteo Rossi. Prima infermiere, poi Field Officer, infine Coordinatore medico a Lashkar-gah, Matteo Rossi ha lavorato per 5 anni in Afghanistan. Lo sentiamo al rientro da una missione nello Yemen.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“Ero a Lashkar-gah durante l’assedio della città da parte dei Talebani, nel 2016”, ricorda. “Si combatteva vicino all’ospedale. È allora che mi sono reso conto davvero di quanto pesante fosse il conflitto per i civili. Di quali fossero gli effetti sulla popolazione, le perdite”. Secondo UNAMA, l’anno più drammatico è stato proprio il 2016, con un totale di 11.452 vittime civili, di cui 7.925 feriti e 3.527 morti. L’anno in cui sono stati registrati più morti è il 2018: 3.803. I dati di EMERGENCY confermano le tendenze di UNAMA. “Il picco di pazienti ammessi si è raggiunto tra il 2016 e il 2019, a causa dei cambiamenti nelle tattiche di ingaggio, delle nuove strategie usate dagli attori del conflitto, sia governativi sia anti-governativi", continua Matteo Rossi, che si riferisce in particolare all’aumento degli attacchi suicidi e dei bombardamenti aerei, che analizziamo meglio nel secondo capitolo.

Nei Centri di EMERGENCY, il 2016 è il secondo anno per numero di pazienti di guerra ricoverati: ben 6.660, di cui quasi la metà (2.997) a Lashkar-gah, nella provincia meridionale dell’Helmand. L’anno più drammatico è il 2018, con ben 7.106 pazienti di guerra, di cui 4.002 solo a Kabul. “Il 2018 è stato un anno particolarmente difficile. Abbiamo assistito a una serie di attacchi complessi qui a Kabul. C’è stata in media una mass casualty ogni due settimane. Trenta in un solo anno”, aggiunge Marco Puntin. “Arrivavano qualcosa come venti pazienti feriti ogni volta, tanti altri civili rimanevano sul terreno, morti. Numeri altissimi”, nota Matteo Rossi. Che invita a valutare i costi della guerra per donne e bambini. Per farlo siamo andati a Lashkar-gah, nel profondo sud.

© Mathieu Willcocks
Bambini
EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

All’ingresso principale del Centro chirurgico per vittime di guerra di Lashkar-gah c’è Sayed. Stazza imponente e memoria storica dell’organizzazione, ricorda l’inaugurazione dell’ospedale, alla fine dell’estate del 2004. Ricorda anche i tempi andati, “quando gli internazionali potevano andare giù al fiume, oppure al bazar”. Già autista, oggi è a capo della sicurezza. “Sono una specie di filtro tra il dentro e il fuori”. Dentro i pazienti, fuori parenti, visitatori. Oltre il cancello, qualche chioschetto con dolci imbustati, caramelle, bevande. “Ma tanti nostri pazienti non hanno neanche i soldi per un succo di frutta. A volte dobbiamo darglieli noi i vestiti, quando vengono dimessi”. All’entrata, due vaschette con le mascherine anti-Covid-19. La pandemia preoccupa, ma preoccupa di più la violenza della guerra. Ne è rimasta vittima Amina.

Occupa il posto letto numero 4 nella terapia intensiva. Sul suo letto è appesa una bambola. Vestito giallo, capelli biondi, è rivolta verso Amina, tra le pazienti più piccole di questo Centro chirurgico dedicato a Tiziano Terzani, giornalista e uomo di pace. Ha 3 anni e viene da Kariz, poco oltre l’aeroporto, lungo il fiume Helmand. A causa della guerra degli adulti, ha già subito 2 operazioni. Una terza è prevista nei prossimi giorni. Le infermiere Leila Borsa e Silvia Triantafillidis sono ottimiste: “Risponde bene, recupera”. Occhi grandi, sguardo dolce e capelli arruffati, Amina osserva silenziosa i medici che le si affaccendano intorno. Ferita allo stomaco, le hanno dovuto fasciare le mani per impedirle di strapparsi i tubicini con cui viene alimentata. Non si lamenta mai. Un medico le infila un sondino nel naso. Lei chiede: “Ma che fate?”. Nel letto accanto c’è Saqina, 5 anni. Ripete di voler tornare a casa.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Tra il 2009 e i primi sei mesi del 2021, sono 28.866 i bambini feriti o morti a causa del conflitto secondo i dati di UNAMA. L’anno peggiore è il 2016: 3.512 bambini colpiti. Qui a Lashkar-gah, l’anno con il più alto numero di pazienti bambini, 795, è il 2016. A Kabul è il 2018: 1.174 i bambini ammessi. Complessivamente, il 2018 vede il numero più alto di pazienti bambini nei tre Centri di EMERGENCY, ben 1.887, il 27 per cento dei pazienti totali. In questi venti anni, sono stati operati 19.510 bambini feriti.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

L’archivio storico di EMERGENCY ne raccoglie le storie. Asadullah è arrivato il 18 febbraio 2010 dalla provincia dell’Helmand con il padre Ruhollah. “Un proiettile gli ha attraversato la testa da parte a parte. È ancora vivo e lo stanno operando. Si era avvicinato a una finestra per vedere che cosa stava succedendo in strada, incuriosito dai rumori dei blindati. Un soldato ha intravisto una sagoma dietro il vetro e ha sparato. Colpo singolo alla testa”. Due giorni dopo, il 20 febbraio, qui a Lashkar-gah è arrivato Esmatullah, “un ragazzino di 11 anni con la faccia sveglia. Era andato a prendere l’acqua, quando improvvisamente ha sentito un gran bruciore alla gamba. Non appena è arrivato, ha chiesto di Asadullah”, il ragazzino ferito alla testa. “È un suo amico, sono vicini di casa, giocano sempre insieme”.

Le vittime di guerra curate nei tre ospedali di EMERGENCY

Donne
Bambini
Uomini
2001
2001
2020

Centro chirurgico di Anabah: apertura dicembre 1999.

Centro chirurgico di Kabul: apertura aprile 2001.

Centro chirurgico di Lashkar-gah: apertura settembre 2004.

I dati relativi all’anno 2002 non sono disponibili.

Fonte: EMERGENCY

Nel 2010, raccontando la storia di Esmatullah e Asadullah, EMERGENCY augurava loro “che venga un giorno in cui potranno raccontarsi questa tragedia, davanti a una tazza di tè, mentre fuori i rumori della guerra saranno finalmente scomparsi”. Non è ancora arrivato. Si continua a combattere. Soprattutto di notte. La residenza che ospita lo staff internazionale dell’organizzazione è una tipica casa afgana a un piano, dalle pareti bianche e i giardini accoglienti, immersa nel silenzio. Di notte i tonfi dei combattimenti arrivano sordi, attutiti. Si combatte al di là del fiume. Una radiolina è sempre accesa. Ogni tanto gracchia. Arrivano notizie dall’ospedale, dove c’è chi monta la guardia.

Donne

Mancano pochi minuti alle 9. Negli ambulatori è in corso il round giornaliero del mattino. Fuori, lungo le panche addossate al muro, ci sono decine e decine di visitatori. Dentro, medici e infermieri sono al completo. Uno dopo l’altro, vengono presentati i casi degli ultimi pazienti ammessi. Le radiografie passano sui pannelli illuminati. Seduti, i chirurghi ascoltano. C’è chi prende appunti, chi si consulta con il collega accanto, chi scuote la testa. Più in alto, su uno dei tabelloni aggiornati giornalmente i numeri non lasciano dubbi. L’ospedale è completo. Non ci sono posti letto disponibili. Nella provincia si combatte duramente.

© Vincenzo Metodo

Quarantadue anni circa, chirurgo, Aziz lavora qui “da 8 anni. Da allora non c’è mai stato un momento di respiro. L’Helmand è una delle province sempre in guerra. Non ricordo un solo giorno senza pazienti. Ne arrivano sempre di nuovi. Giorno dopo giorno”. I criteri di ammissione sono restrittivi. “Siamo costretti ad ammettere solo i casi molto gravi. Si combatte nei distretti, si combatte intorno a Lashkar-gah. Non c’è mai pace. In questi giorni riceviamo tanti pazienti da Grishk”, spiega il dottore in un momento di pausa.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Una sessantina di chilometri più a nord, Grishk è una cittadina strategica: è lungo il principale anello stradale. A ovest si va verso Farah, poi su a Herat, paralleli al lungo confine iraniano. A est verso Kandahar, e poi su verso Ghazni, paralleli al confine pachistano. Ismail, 19 anni, è arrivato pochi giorni fa proprio da Ghrishk. Non ha lavoro. È al penultimo anno di scuola. Parla un po’ di inglese. “I Talebani sono arrivati fino al bazar di Grishk. Gli elicotteri del governo hanno sparato dall’alto. Bombardavano”. Racconta di edifici e negozi in fiamme, di civili uccisi e feriti. La gente comune “non è riuscita ad andar via”. Lui ci ha provato, scappando con la madre in un momento di calma apparente. Ora ha una ferita all’addome. È stato colpito da schegge di proiettile. Singhiozza. “Anche mia madre è stata ferita, non so dove è”.

Il round del mattino è ancora in corso quando si spalancano le porte degli ambulatori. Trasportati di corsa sulle barelle arrivano tre pazienti. Tre donne. La calma della riunione diventa attività febbrile. Medici e infermieri accorrono. Stabilizzano le pazienti. Poi valutano. Decidono chi ammettere. Con gli anni, sono aumentate le donne ammesse per ferite di guerra. “Il rapporto tra uomini e donne rimane perlopiù costante, ma ogni anno la percentuale delle donne ammesse nei nostri ospedali cresce del 10 per cento circa”, spiega Matteo Rossi. Cosa significa? “Che aumentano gli attacchi indiscriminati, contro i civili”. A venir meno è un principio umanitario fondamentale: la distinzione tra civili e combattenti.

© Vincenzo Metodo

In generale, “circa il 40 per cento dei nostri pazienti o ha un’età inferiore a 14 anni oppure è di sesso femminile. Un terzo di tutti i pazienti è sotto i 14 anni”. La causa? “Attacchi più violenti, anche contro le strutture civili, incluse quelle sanitarie”, come vedremo meglio nei prossimi capitoli. “Se consideriamo soltanto l’ospedale di Kabul, notiamo che dal 2003 al 2020 c’è stata una crescita del 196 per cento del numero delle donne ammesse, passate da 92 a 271, tre volte tanto”.

Tra loro, a Kabul c’è Mirza, 30 anni. Viene dalla provincia di Wardak. “Sono qui da due settimane circa”, racconta. “Eravamo in casa, al secondo piano. C’era un combattimento tra Talebani e governo. È arrivata una granata e ci siamo rifugiati nel cortile. Lì ne è arrivata un’altra”. È rimasta ferita a petto e torace. “A casa mi aspettano due figli. Non è la prima volta che si combatte vicino casa mia. Ma la situazione è peggiorata, ora”.

Le donne e i bambini curati da EMERGENCY – percentuale

17,4%
2001
2002
14%
2003
15,9%
2004
14,8%
2005
12,5%
2006
14,8%
2007
11,7%
2008
16,7%
2009
11,6%
2010
11,4%
2011
11,8%
2012
12%
2013
12,4%
2014
11,2%
2015
11,8%
2016
9%
2017
8,6%
2018
9,9%
2019
10,6%
2020

Tra i pazienti presi in considerazione per il grafico rientrano esclusivamente le vittime di guerra.

I dati relativi all’anno 2002 non sono disponibili.

Fonte: EMERGENCY

Secondo UNAMA, sono 9.939 le donne colpite dal conflitto dal 2009 al 2021. Nel 2020 i bambini coinvolti sono stati 2.619 (30 per cento) e le donne 1.146 (13 per cento). L’anno scorso la guerra in Afghanistan ha ucciso 390 donne e 760 bambini. I dati resi pubblici a metà luglio 2021 da UNAMA registrano nei primi 6 mesi dell’anno 1.659 morti e 3.524 feriti, per una crescita complessiva del 47 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Per le donne, l’aumento è del 50 per cento, del 55 per cento per i bambini. L’appello alle parti in conflitto “a trovare urgentemente un modo per fermare la violenza” da parte di Deborah Lyons, rappresentante speciale per l’Afghanistan del Segretario generale dell’Onu, non ha trovato ascolto. Donne e bambini afgani rappresentano il 43 per cento delle vittime civili.

Ferite multiple
EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“Qui a Lashkar-gah facciamo chirurgia di guerra. Ci sono tante amputazioni bilaterali, trilaterali. Operazioni che non vorremmo mai vedere, esito di un conflitto sempre più violento”, spiega Dimitra Giannakopoulou, che qui ha passato molti anni della sua vita, come Coordinatrice medica. “I criteri di ammissione dei pazienti definiscono le priorità di accesso dei pazienti e riflettono gli sviluppi del conflitto. Più il conflitto si inasprisce, più i criteri di accesso ai nostri Centri chirurgici diventano selettivi: è difficile, ma necessario, spesso”.

“I nostri ospedali possono sembrare isole autonome, ma le attività sono fortemente condizionate da ciò che accade fuori. Vanno modulate sui bisogni particolari di ogni periodo”, aggiunge al telefono Michela Paschetto, appena rientrata dallo Yemen. In Afghanistan ha trascorso 7 anni. Conosce bene la rete di assistenza sanitaria, inclusa quella nelle carceri e quella dei FAP, i First Aid Posts, i Centri sanitari e di Primo soccorso di cui ci occupiamo nel terzo capitolo.

“I criteri di ammissione cambiano in base agli anni. Cambiano i pazienti, le ferite, i bisogni medici. Nei miei primi anni, dal 2009 al 2011, la situazione era diversa, anche quella della sicurezza. Sia a Kabul che a Lashkar-gah c’erano pazienti con traumi non legati al conflitto. Poi per un po’ Lashkar-gah ha alternato l’ammissione di traumi civili a periodi di ammissione solo di feriti di guerra. L’ospedale di Kabul dal 2010 è esclusivamente un ospedale per chirurgia di guerra”.

Ferite di guerra curate da EMERGENCY

Mine
Schegge
Proiettili
Coltellate
2001
2001
2020

I dati relativi all’anno 2002 non sono disponibili.

Fonte: EMERGENCY

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Tra i pazienti dell’ospedale di Kabul c’è Saifullah, 52 anni. Fa il contadino. “Coltivo patate, verdure, pomodori. Abbiamo anche qualche mucca”. “Tornavo a casa dalla moschea quando sono stato colpito. Sono finito in mezzo agli scontri tra i Talebani e i soldati del governo. Vengo dalla provincia di Logar. Lì si combatte”. In famiglia “siamo in 8. Ho 5 figli, ma mi sono sposato tardi e sono ancora piccoli, vanno a scuola. Devo rimettermi al più presto, per tornare a lavoro”. È arrivato qui “più di un mese fa. La mia gamba era in condizioni spaventose. Ora sto molto meglio”.

Il suo percorso clinico e la sua degenza incarnano una tendenza più generale. Le sale operatorie dei Centri chirurgici di EMERGENCY, anche a seguito del loro ampliamento, hanno registrato un periodico e costante aumento di attività. È cresciuto il numero di pazienti, le ferite sono diventate più gravi. Qui nell’ospedale di Kabul in questi venti anni sono state condotte 70.865 operazioni chirurgiche, una media di 3.937 all’anno. I pazienti entrano in media due volte in sala operatoria (1,72) e il ricovero dura più di 8 giorni e mezzo (8,74). La violenza aumenta. Le ferite sono multiple, richiedono degenze più lunghe. È anche per questo che i criteri di ammissione divengono più selettivi. Numeri simili si registrano anche nel Centro chirurgico di Lashkar-gah, dove sono state realizzate 56.402 operazioni e dove la degenza media è di più di 7 giorni (7,13).

Giorni di degenza
caret

in media per paziente (media annuale)

Kabul
Anabah
Lashkar-gah
012345678910111213012345678910111213
2001
2001
2020

I dati relativi all’anno 2002 e al 2004 non sono disponibili.

Tra i pazienti presi in considerazione per il grafico rientrano esclusivamente le vittime di guerra.

Fonte: EMERGENCY

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“Ciò che è davvero cambiato in questi anni sono le ferite che ci troviamo a operare. Molto più complesse, profonde”, ci spiega il chirurgo Ghulam. Il numero di entrate in sala operatoria (circa 2 a paziente in entrambi i Centri chirurgici) rimane pressoché costante, in linea con i protocolli di trattamento delle ferite di guerra. Aumentano però le procedure svolte durante ogni seduta operatoria. Un indicatore della gravità della condizione dei pazienti, che sempre più spesso riportano ferite multiple. Erano meno di 2 per paziente a Kabul nel 2012, ora sono più di 4, a Lashkar-gah sono quasi 3. La violenza è aumentata. “Si è stretta sempre di più sui civili. È come una forma di asfissia”, continua Ghulam, stringendo le mani intorno al collo. Nato nel 1977, il dottor Ghulam a 6 anni è stato costretto a trasferirsi a Kabul a causa del conflitto. Oggi è uno dei chirurghi più stimati della città, dell’intero Paese. Lavora per EMERGENCY dal settembre 2004. “Ricordo che quell’anno c’erano tanti traumi ordinari, da incidenti stradali. I criteri di ammissione erano più flessibili. Poi sono aumentate di nuovo le vittime di guerra, i criteri si sono ristretti. Spesso l’ospedale è saturo, ora”.

Sardar, 35 anni, ha la voce rotta e le mani tremanti. Fa il tassista. La sua auto è finita bruciata. “C’è stata un’esplosione. Credo una bomba magnetica. Le nostre strade non sono sicure”. Mostra la gamba. “Mi hanno preso la pelle dalla gamba sinistra per metterla su quella destra, malconcia”. Non ha soldi. “Qui mi curano gratis. Non so come avrei fatto altrimenti”. È arrivato una settimana fa. Ha già superato un’operazione. Serve tempo per guarire. “Vengo dalla provincia di Baghlan”. Ferito, è stato trasportato a una clinica di Tala Wa Barfak, poi a Pul-e-Kumri. “Ma non erano in grado di curarmi”. Prima di raggiungere Kabul, è passato per il Centro chirurgico e pediatrico di Anabah, nella provincia del Panshir. Il primo Centro di EMERGENCY a essere aperto, nel dicembre 1999.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.
Un ospedale particolare

“Negli ultimi mesi sono aumentati i pazienti della chirurgia di guerra”, conferma Mirjana Grubanov, Coordinatrice medica dell’ospedale di Anabah. La incontriamo nel suo ufficio nella parte alta dell’ospedale, a qualche decina di metri dalla sala mensa dove, all’ora di pranzo, decine e decine di infermiere discutono sui casi degli ultimi pazienti ammessi o di faccende personali. È un effetto di quella “Rivoluzione silenziosa” raccontata in un rapporto di EMERGENCY e di cui parliamo meglio nel quarto capitolo. “Qui abbiamo favorito la chirurgia elettiva, perché la provincia è sempre stata tra le più pacifiche, ma le cose stanno cambiando velocemente. Ormai arrivano pazienti con ferite di guerra da diverse province”, sostiene Grubanov. Qualcuno “perfino dal nostro FAP più remoto, sul passo Anjuman”, lì dove il Panshir incontra la provincia del Badakhshan.

È un ospedale particolare, questo. “Qui allo stesso tempo salviamo vite umane e ne facciamo nascere di nuove”. Da una parte la cura di pazienti, anche molto gravi. Dall’altra la maternità. “Quando abbiamo aperto accoglievamo soltanto feriti di guerra”, racconta Shirin, 50 anni circa. È uno dei volti storici di EMERGENCY. “C’ero già nel 1999, quando l’ospedale veniva costruito ristrutturando una vecchia caserma. Qui”, spiega guardandosi intorno, “era tutta sabbia e pietre”. Assunto come infermiere, ha svolto ruoli diversi fino a diventare staff manager. “Tra personale medico e non medico, abbiamo più di 500 impiegati. Un impegno importante. Ventiquattro ore su ventiquattro”.

Totale operazioni chirurgiche effettuate da EMERGENCY

Operazioni
2001
2001
2020

I dati relativi all’anno 2002 non sono disponibili.

Tra i pazienti presi in considerazione per il grafico rientrano esclusivamente le vittime di guerra.

Fonte: EMERGENCY

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“In quel periodo il Paese era occupato per il 90 per cento circa dai Talebani. Il conflitto era intenso. Arrivano tanti pazienti. È stata dura”, sostiene Nazar, altro pilastro dell’organizzazione umanitaria. “Anabah è stato il primo ospedale aperto. Ricordo il mese e mezzo di formazione, con Gino Strada. L’inizio delle attività, il 15 dicembre del 1999. Poi nel 2001 abbiamo aperto Kabul. Nel 2004 Lashkar-gah”. Amministratore dell’ospedale del Panshir, National Programme Coordinator, Nazar si sofferma sui cambiamenti. “Nel Panshir abbiamo cominciato con un Centro chirurgico per i feriti di guerra. Erano i bisogni di allora. Si combatteva molto vicino all’ospedale. Nel 2001 abbiamo cambiato alcuni criteri di ammissione. La situazione era diversa. Nel 2002 abbiamo cominciato a pensare a un Centro di maternità, aperto il 4 aprile del 2003”. Già prima, “quando la zona era più pacifica, ad Anabah abbiamo cominciato a sviluppare la chirurgia elettiva, non solo quella legata alle ferite di guerra”. I dati riflettono i cambiamenti descritti da Nazar. Il Centro di Anabah registra un numero alto di operazioni chirurgiche per feriti di guerra nei primi anni di attività, che poi però decrescono, mentre assumono un’importanza crescente le nascite e il reparto maternità. In questi ventidue anni, sono 9.677 le operazioni chirurgiche di guerra realizzate ad Anabah.

“Il fronte allora era più o meno a Charikar”, racconta Gino Strada. “È stata un’esperienza di lavoro massacrante. La sala operatoria era sempre piena. C’erano feriti dappertutto. La quantità di civili che ha pagato e paga i costi della guerra è spaventosa. Civili morti, feriti. Donne, bambini. Ragazzi, uomini non ancora adulti. Ricordo che in quei primi anni tra i pazienti c’erano tanti che non sapevano neanche cosa fosse successo l’11 settembre 2001”.

Fotografie di Giuliano Battiston
© Giulio Piscitelli
Gli attacchi ai civili
Violenza esplosiva
Emily Griffith, ricercatrice, Action on Armed Violence (AOAV)

A partire dal 2011, dieci anni dopo l'invasione dell'Afghanistan guidata dagli Stati Uniti, Action on Armed Violence (AOAV) ha iniziato a monitorare il numero delle vittime e le caratteristiche degli incidenti causati da ordigni esplosivi in tutto il mondo. L'Explosive Violence Monitor registra, per ogni incidente di “violenza esplosiva” riportato dai media anglofoni, il numero di vittime civili e/o attori armati coinvolti, così come informazioni sul luogo, sul responsabile, l'età e il sesso delle vittime, la tipologia di arma utilizzata e la modalità di detonazione.

Nell'ultimo decennio, l'Afghanistan è sempre rientrato tra i primi cinque Paesi maggiormente colpiti dalle armi esplosive. I dati dal 2011 al 2020 mostrano che il 58% delle vittime civili totali in Afghanistan sono causate proprio da questo genere di violenza. In totale, AOAV ha registrato 4.223 incidenti, che hanno causato 49.107 vittime. Di queste, 28.424 sono civili: si stimano almeno 2.758 bambini e 1.212 donne; cifre probabilmente sottostimate poiché il sesso e l'età delle vittime spesso non sono specificati nei resoconti dei media.

© Giulio Piscitelli

Esaminando le armi esplosive utilizzate, emergono due versioni distinte della stessa guerra. La prima evidenzia le vittime causate da attacchi aerei di stato, di cui 12.296 sono individui armati e solo 2.323 sono vittime civili. La seconda conteggia le vittime causate da IED, di cui almeno il 76% sono fatti esplodere da attori non governativi: 22.350 civili e 6.951 individui armati.

Dal 2011 al 2020 gli IED hanno provocato il 79% (22.350) di tutte le vittime civili causate da armi esplosive nel Paese. A seguire ci sono le autobombe e le bombe sul ciglio della strada, che hanno provocato rispettivamente 6.707 e 3.837 vittime. Questi due tipi di esplosioni causano altissimi danni, soprattutto se fatte detonare da attentatori suicidi. Dei 2.362 attacchi IED registrati nel decennio, 517 sono stati attacchi suicidi che hanno provocato 17.124 vittime, di cui 13.654 civili, ovvero il 61% delle vittime civili totali da attacchi IED.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

Sebbene il numero di attacchi suicidi registrati abbia rilevato un calo generale nell'ultimo decennio, il numero delle vittime civili coinvolte è aumentato notevolmente: da 18, in media, nel 2011, a 43 nel 2016, la media più alta del decennio. Nel 2019, invece, la media è risultata più del doppio di quella del 2011, con 41 vittime civili per attacco suicida registrato. Attualmente, i luoghi in cui sono stati registrati il maggior numero di vittime sono edifici pubblici (3.030), luoghi di culto (1.882), assembramenti (1.491) e strade (1.398).

In termini di vittime civili coinvolte, Kabul è stata la provincia più colpita, ogni anno dal 2011, ed è stata spesso luogo di attacchi violenti e su larga scala da parte di forze non governative. Nell'ultimo decennio AOAV ha registrato 8.296 vittime civili in tutta la provincia, 7.855 delle quali sono state uccise o ferite da IED. Nel 2020, per la prima volta da quando AOAV ha iniziato a raccogliere dati, l'Afghanistan è stato considerato il Paese più colpito al mondo in termini di civili vittime di armi esplosive.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Quest'anno, 2021, la violenza esplosiva nel Paese è aumentata dopo l'annuncio del ritiro delle truppe USA. Il 55% di tutte le vittime registrate da armi esplosive, infatti, si è verificato proprio nel mese di maggio. In un solo incidente un'autobomba esplosa fuori da una scuola in un quartiere Hazara di Kabul occidentale ha ucciso almeno 90 civili e ne ha feriti altri 230, la maggior parte dei quali erano studentesse. Attacchi come questi sono tristemente comuni e in aumento in Afghanistan. I dati dell'Explosive Violence Monitor continuano a mostrare che sono proprio i civili a subire i danni maggiori causati delle armi esplosive.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza.

Non è un Paese per giornalisti
Fabrizio Foschini, analista, Afghanistan Analysts Network

Tutte le fasi del conflitto che sta devastando l'Afghanistan da più di quattro decenni hanno provocato un alto numero di vittime civili. Vecchie mine antiuomo e ordigni inesplosi continuano a uccidere anche oggi, ma i maggiori pericoli esistenti nel 2001 sono stati sostituiti da altri, nuove minacce per i civili che si sono fatte largo nel corso degli anni. Durante gli anni che hanno visto una massiccia presenza delle truppe della NATO, i Talebani hanno condotto una guerra asimmetrica contro i loro avversari. Caratteristica principale è stato l’uso frequente di attentatori suicidi contro obiettivi ad alto profilo, anche nel mezzo di aree residenziali. Per molti anni sono stati proprio questi tipi di attacchi a causare la maggior parte delle vittime civili.

Nonostante i Talebani avessero diffuso un codice di condotta per i loro combattenti già nel 2011, ufficialmente chiedendo loro di “rispettare le vite della gente comune”, gli attacchi suicidi contro obiettivi in aree abitate, inevitabilmente destinati a causare un ingente numero di vittime civili, sono stati interrotti solo poco tempo fa. Continuano, ad ogni modo, ad essere impiegati da ISKP/Daesh, in nome dell’odio settario.

© Massimo Grimaldi

Gli anni della presenza NATO hanno visto anche un'alta incidenza di attacchi aerei, sia come supporto aereo durante i combattimenti di terra che per uccisioni mirate di combattenti.

Il ruolo delle forze aeree NATO si è molto ridotto dopo l’accordo di Doha tra Stati Uniti e Talebani nel febbraio 2020, e la maggior parte degli attacchi aerei viene attualmente condotta dall’aviazione afgana. Ciò ha comportato una capacità limitata, in termini di frequenza ma anche di precisione dei bombardamenti. Questo accade in un momento in cui la capacità dei Talebani di contendere il controllo del territorio al governo, occupando i centri abitati, ha portato gli scontri fino ad aree molto popolate, aumentando il rischio che i residenti diventino "danni collaterali" di attacchi aerei da parte del governo o di colpi d’artiglieria delle due parti.

Una tendenza preoccupante, osservata dalla fine del 2020 e proseguita nel 2021, è il forte aumento delle uccisioni mirate di civili: familiari di militari, dipendenti pubblici, operatori sanitari e delle ONG e, in particolare, giornalisti e operatori del settore media.

Giornalisti uccisi

1 giornalista
Fonte: CPJ Commitee to Protect Journalists

Sono state così tante le uccisioni di appartenenti a quest’ultima categoria che, nel giugno 2021, i media globali hanno chiesto formalmente alla Corte penale internazionale (ICC) di indagare sulla questione. A partire dal novembre 2020, con l'uccisione di personalità di spicco come Yama Siahwash di Tolo News a Kabul e Mohammad Aliyas Dayee di RFE/RL a Lashkar-gah, la lista si è allungata sempre di più, includendo molte reporter e presentatrici. Il 10 dicembre 2020 a Jalalabad, Malalai Maiwand, presentatrice televisiva e rappresentante del Centro per la protezione delle giornaliste afgane (CPAWJ), è stata assassinata e tre impiegate di una stazione televisiva locale sono state uccise da uomini armati mentre si recavano al lavoro il 2 marzo 2021. A Kabul, la conduttrice televisiva di Ariana News, Mina Khairi, è stata uccisa insieme a sua madre e sua sorella: la sua auto è stata fatta esplodere con un ordigno esplosivo magnetico il 3 giugno.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

Nonostante in alcuni casi l'intimidazione, o addirittura il targeting dei giornalisti, possano essere attribuiti a inimicizie personali o abuso di potere e siano riconducibili a entrambe le parti in conflitto, l'eliminazione dei civili considerati "dalla parte opposta" è stata a lungo portata avanti dai Talebani.

Nonostante i Talebani abbiano recentemente intensificato la loro campagna militare concentrando i loro sforzi soprattutto nel prendere il controllo dei distretti rurali, è poco probabile che abbiano rinunciato a esercitare pressioni sulle aree urbane controllate dal governo.

Pur rivendicando raramente gli attacchi contro i civili e respingendo talvolta le accuse di responsabilità, è probabile che i Talebani sfruttino molte di queste uccisioni per fare pressione sul governo, dimostrando la sua incapacità di garantire la sicurezza. Altri obiettivi sono gettare la popolazione nell'incertezza e nella paura e preparare la loro avanzata eliminando gli "elementi di disturbo" e spingendoli a lasciare il lavoro o a fuggire dal Paese.

© Victor J. Blue

Inoltre, il pericolo per quei giornalisti, afgani o stranieri, che seguono il conflitto dal fronte, è divenuto estremo, come mostrato dall’uccisione del fotoreporter della Reuters Danish Siddiqui il 17 luglio 2021. Questo rende qualunque testimonianza obiettiva dalle zone di guerra molto difficile.

La minaccia posta ai giornalisti in questa nuova fase del conflitto è particolarmente grave; non solo per la sopravvivenza di una categoria professionale la cui indipendenza e professionalità hanno rappresentato una delle poche vere conquiste degli ultimi decenni di ricostruzione, ma anche per le prospettive future di raccontare la situazione in Afghanistan e prevenire ulteriori violenze e abusi contro tutti i cittadini.

Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza.

Il nostro racconto
Giuliano Battiston, giornalista
La principessa India

“Ricordo molto bene quel giorno. Era un giovedì, un giorno prefestivo in Afghanistan. La mattina, come faccio di solito, sono andata in qualche ospedale per verificare le condizioni di alcuni pazienti e bambini che seguivo. La sera ho rischiato di finire io stessa tra i pazienti all’ospedale di EMERGENCY. Se la bomba fosse stata più forte, non saremmo qui a parlarne”.

L’esterno del Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul.

La principessa India d’Afghanistan vive in un appartamento nel quartiere Prati di Roma, a poche centinaia di metri da quella “grande casa di via Orazio 14, simile a una corte”, dove ha vissuto da bambina con il padre, la madre, tanti famigliari. La madre era la regina Soraya, “una mamma-maestra” dalla forte vocazione pedagogica. “Ministro della pubblica istruzione, ha fondato, negli anni Venti del Novecento, la prima scuola femminile del Paese, iscrivendovi le figlie, le mie sorelle più grandi. Ha fatto costruire il primo ospedale per donne, ha formato le prime infermiere. Spronava le donne a studiare sui libri dei figli”. Un’eredità ancora attuale, come vedremo nel quarto capitolo.

Il padre era re Ghazi Amanullah Khan, l’uomo che nell’agosto 1919 ha ottenuto l’indipendenza dagli inglesi. Salito al potere il 28 febbraio 1919 “a soli 27 anni, quando si va troppo di fretta”, riformatore radicale, il 14 gennaio 1929 re Amanullah è costretto ad abdicare. Si ritira a Kandahar. Poi l’India. Infine Roma. Il percorso di Bibi Jan – come viene affettuosamente chiamata da amici e conoscenti – è inverso. Dall’Italia all’Afghanistan.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

La sera di giovedì 11 dicembre 2014 Bibi Jan, invitata da chi scrive, è al Centro culturale francese, all’interno delle mura del liceo Esteqlal di Kabul, di fronte al parco Zarnegar e al mausoleo di Abdur Rahman Khan, l’“Emiro di ferro” di fine Ottocento di cui la principessa India, sua discendente per parte paterna, conserva una foto su un mobile nel salone di casa.

Quella dell’11 dicembre 2014 è una serata particolare: centinaia di giovani studenti, i capelli accuratamente acconciati per i maschi, pantaloni stretti coperti da un vestito a mezza gamba per le ragazze, affollano la sala spettacoli del Centro francese. La coreografa Laurence Levasseur, direttrice del Centro, e la psicologa tedesca Inge Missmahl, a capo di un’organizzazione umanitaria, passano tra gli spettatori nella sala d’attesa spiegando lo spettacolo che sta per essere rappresentato: Heartbeat. The Silence After the Explosion.

© Mathieu Willcocks

“Mettiamo in scena i momenti successivi a un attentato, quando il tempo sembra fermarsi e ci si guarda intorno smarriti, increduli”, nota Inge Missmahl prima dell’inizio della pièce, nata dalla collaborazione tra artisti afgani, tedeschi e francesi. In sala c’è anche ustad Ahmad Naser Sarmast, fondatore e direttore dell’Afghanistan National Institute of Music (ANIM).

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

È la prima volta che nel Paese ci si interroga pubblicamente, attraverso l’arte, sugli attentati suicidi. Nel 2014 hanno già causato molte vittime civili. In particolare negli “anni in cui le truppe della NATO hanno avuto una presenza imponente”, ricorda Fabrizio Foschini, ricercatore dell’Afghanistan Analysts Network, nel suo contributo, gli attentati suicidi sono parte della guerra asimmetrica condotta dai Talebani contro gli avversari. “Caratteristica principale è l’uso diffuso di attentatori suicidi contro obiettivi di alto profilo nel mezzo di aree residenziali”.

Quella sera, l’11 dicembre del 2014, sul palco del Centro culturale francese di Kabul si alternano musica e danza. L’intensità della musica cresce, rallenta, poi cresce di nuovo, fino al climax. Stesi sul palco, gli attori mimano gli attimi successivi a un attentato. All’improvviso, una fortissima esplosione. “È avvenuta dopo venti, trenta minuti dall’inizio”, ricorda oggi Bibi Jan. “C’erano poche luci e tanta fuliggine, detriti che cadevano dall’alto, l’odore di bruciato. Sono seguiti lunghi momenti di incertezza. Ero convinta che si trattasse di una messa in scena, ma poi ho sentito le urla”. In terra, “forse sdraiato sulle scale, non ricordo bene, ho visto un uomo. Aveva il ventre aperto. Sarebbe morto nei giorni successivi per le ferite. Siamo usciti camminando sul sangue. Fuori, hanno insistito affinché andassi a farmi visitare da EMERGENCY”.

© Pieter Ten Hoopen

Dal liceo Esteqlal all’ospedale ci sono meno di 3 chilometri di distanza. “Ci portò lì un’auto della polizia. Avevo entrambe le orecchie che mi ronzavano. Non sentivo bene, ma ho preferito non dire nulla e fare solo un controllo generico. C’erano feriti gravi”. Al Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul quella sera arrivano diversi feriti, trasportati d’urgenza. In termini tecnici è una mass casualty. EMERGENCY le registra dal gennaio del 2013: con l’aumento della frequenza degli attacchi suicidi si è resa necessaria la creazione di una raccolta dati. Quella dell’11 dicembre 2014 è la quinta dell’anno. Non la più grave. Non l’ultima.

Le statistiche sono rivelatrici. Segnalano infatti un graduale, progressivo aumento nel corso degli anni delle mass casualty e del numero di pazienti relativi. Dal gennaio del 2013 fino al dicembre del 2020 sono 136 le mass casualty gestite nell’ospedale di Kabul. A queste vanno aggiunte le 13 già registrate nei primi cinque mesi del 2021, con 145 pazienti curati (36 visitati trattati ambulatorialmente per ferite superficiali, 109 ricoverati). Tra le mass casualty più recenti c’è quella dello scorso 8 maggio, quando la scuola Sayed al-Shuhada, nel quartiere a maggioranza hazara e sciita di Dasht-e-Barchi, a Kabul, è stata colpita da una triplice esplosione. Quel giorno sono arrivate 20 ragazze, 7 donne, 2 uomini. Le studentesse ancora oggi fanno i conti con le conseguenze psicologiche dell’attentato, vedremo nel quarto capitolo.

Le mass casualty gestite nel Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul

1 mass casualty

La mass casualty descrive un afflusso massiccio di pazienti che arrivano in ospedale in un breve lasso di tempo. In caso di mass casualty il personale sanitario e le attrezzature sono sopraffatte dal numero e dalla gravità delle vittime.

Dati disponibili dal 2013 al 3 agosto 2021.

Fonte: EMERGENCY

La sera dell’11 dicembre 2014 i feriti che arrivano all’ospedale EMERGENCY di Kabul sono tutti uomini. Tra i 10 pazienti c’è ustad Sarmast, il direttore dell’ANIM. Ha diversi frammenti di metallo conficcati nella testa. A distanza di 7 anni da quel giorno lo incontriamo nel suo nuovo ufficio, adiacente alla vecchia sede dell’ANIM. Accusato dai militanti anti-governativi di corrompere la gioventù con i suoi corsi di musica, frequentati anche da studentesse, Sarmast non ha intenzione di lasciare il Paese. Non più. “Prima dell’attentato lavoravo a una sorta di ‘exit plan’ per tornare dalla mia famiglia in Australia”, ci spiega. “Ma l’attacco mi ha convinto a rimanere. Dimostrava che stavamo producendo un cambiamento reale, che infastidiva gli estremisti. La musica è un diritto di tutte e tutti. Oggi ce n’è ancora più bisogno di prima”.

“Se quella bomba fosse stata più forte, se quel ragazzino l’avesse azionata diversamente, oggi non ne parleremmo”, continua la principessa India ricordando che l’attentatore del liceo Esteqlal era un ragazzo di neanche 18 anni, “mandato a morire e vittima anche lui della cultura della guerra”. La figlia del re riformatore Amanullah Khan vive a Roma, ma torna a Kabul appena le è possibile. Negli ultimi anni ha assistito con sempre maggiore preoccupazione all’aumento degli attentati contro obiettivi civili. “Vittime innocenti” precisa.

© Pieter Ten Hoopen
Negli ospedali di EMERGENCY

L’aumento è testimoniato dai dati raccolti da EMERGENCY. Nel 2013, sono state 6 le mass casualty gestite dall’ospedale di Kabul, 91 i pazienti curati (di cui 28 curati in ambulatorio e 63 ricoverati in ospedale). Nel 2014 ne vengono registrate 5, mentre i pazienti, tra ricoverati (71) e curati in ambulatorio (15), sono 86. Nel 2015 si registrano 7 mass casualty e i pazienti (59 curati in ambulatorio, 109 ricoverati) aumentano fino a 168.

L’aumento del numero di pazienti trattati nel 2015 è un segnale preoccupante (più 48 per cento rispetto all’anno precedente). Anticipa gli anni peggiori. Nel 2016, le mass casualty quasi raddoppiano e arrivano a 12, i pazienti diventano 239 (di cui 64 curati in ambulatorio, 175 ricoverati in ospedale). Un altro aumento viene registrato nel 2017, con 18 mass casualty, 390 i feriti curati (91 curati in ambulatorio, 299 ricoverati in ospedale), con un aumento del 38 per cento rispetto all’anno precedente.

Marco Puntin, Country director di EMERGENCY in Afghanistan.

Quei 372 pazienti rappresentano solo una parte dei pazienti di guerra curati nel 2018, l’anno in cui negli ospedali di EMERGENCY viene registrato il numero più alto di pazienti di guerra: 7.106, di cui 4.002 a Kabul. Il 2018 è anche l’anno in cui UNAMA rileva il maggior numero di civili uccisi a causa del conflitto: 3.803, con un aumento dell’11 per cento rispetto all’anno precedente e del 5 per cento sulle vittime totali, tra feriti e morti, anche a causa dell’aumento delle operazioni militari aeree e dei raid di terra. Secondo AOAV è anche l’anno con il numero più alto di feriti e decessi per attacchi suicidi: 2.563.

“Se ci riferiamo alle mass casualty, il 2018 è stato l’anno più difficile per noi, ma anche negli anni successivi sono rimaste una costante, qui a Kabul”, sostiene Marco Puntin. Nel 2019, sono infatti 28 le mass casualty, 369 i pazienti (123 curati in ambulatorio, 246 ricoverati in ospedale), di cui 10 morti dopo l’ammissione. Tra i 369 pazienti, ben 41 sono ragazzi minorenni e 37 le donne (a cui si aggiungono 13 ragazze minorenni). Nel 2020, le mass casualty si riducono a 21, i pazienti sono 201 in totale (52 curati in ambulatorio, 149 ricoverati in ospedale).

© Vincenzo Metodo

Le vittime delle mass casualty gestite nel Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul

Pazienti ricoverati
Pazienti curati in ambulatorio
2013
2013
2021

Dati disponibili dal 2013 al 3 agosto 2021.

Fonte: EMERGENCY

Mass casualty

I numeri restituiscono solo una parte della realtà. “Affrontare una mass casualty è molto complicato, richiede preparazione, coordinamento, nervi saldi”, continua Marco Puntin. Tutto comincia con la radio che all’improvviso annuncia: “Mass casualty. Mass casualty is starting now. All staff must take its position”. Per chi non li ha vissuti, è difficile capire e spiegare quei momenti. Proveremo con un esempio, citando le parole usate dall’infermiere Roberto Maccaroni nel descrivere una mass casualty a Lashkar-gah.

“Una fila di sacchi bianchi al cancello, il pronto soccorso che diventa un mattatoio, decine di persone corrono da una parte all’altra, scivolano sul sangue, schivano barelle. La sala operatoria chiama via radio chiedendo altre sacche di sangue. Nei reparti i ragazzi girano con le bende in mano cercando di tamponare quelli che aspettano di essere operati”. E ancora. “Giusto il tempo di ragionare sui numeri, sui pazienti, sul da farsi. Giusto il tempo di far riprendere i ragazzi locali dalla fatica dei turni in più, dalle ore in più passate nei reparti a gestire l’afflusso, dal rifornimento dei materiali, dalla distribuzione dei pazienti per trovare un posto adeguato per tutti. E giù di nuovo. La testa ancora sott’acqua. In apnea”.

© Mathieu Willcocks

Un’apnea prolungata, che segue un protocollo preciso. Lo descrive Nadia De Petris nella rivista trimestrale di EMERGENCY del giugno 2009, riferendosi a un attentato del 16 marzo. Anche questa volta siamo nell’ospedale per vittime di guerra di Laskhar-gah, nella provincia dell’Helmand. “Un attentatore suicida ha detonato la sua cintura carica di esplosivo in mezzo ai poliziotti che aspettavano di ricevere il salario davanti alla stazione centrale di polizia”. Nel giro di pochi minuti “l’ospedale sarà pieno di feriti. In silenzio corriamo verso la nostra postazione. In ogni ospedale di EMERGENCY c’è un Mass Casualty Plan, un piano predisposto in caso di afflusso massiccio di feriti dovuto a un’azione di guerra o a un attentato terroristico particolarmente gravi».

Il Piano, prosegue De Petris, “stabilisce un ruolo preciso per ogni membro dello staff a cui è fondamentale attenersi per riuscire a rispondere in modo efficace all’emergenza. L’organizzazione dell’ospedale viene radicalmente mutata: alcuni infermieri vengono distaccati dai loro reparti per essere trasferiti nei punti nevralgici dell’ospedale, nel giardino vengono montate le tende. I pazienti arrivano trasportati dalle ambulanze, da macchine private, da mezzi di fortuna, qualcuno a braccia”.

Quel giorno sono cinquanta i feriti accolti all’ospedale di Lashkar-gah. “Tutti hanno lesioni multiple da schegge, soprattutto su braccia, gambe e sul volto. Qualcuno ha ferite all’addome e al torace. Per qualcuno non c’è più nulla da fare, come i primi due uomini arrivati già morti con schegge nell’addome e ferite al capo”. Le sale operatorie sono a pieno regime. “La sera si fa il bilancio della giornata: sono arrivati 50 feriti, 21 sono stati operati e ora dormono in corsia, gli altri sono stati medicati e rimandati alle loro case. Dodici sono arrivati già morti”.

Sala operatoria, Centro chirurgico per vittime di guerra di Lashkar-gah.
Armi esplosive

I dati dell’Explosive Violence Monitor di Action On Armed Violence mostrano che sono i civili a subire i danni maggiori causati dalle armi esplosive impiegate nel conflitto afgano. Il 58 per cento delle vittime totali di violenza è stato causato da esplosivi.

Inoltre, secondo i dati di UNAMA, gli ordigni esplosivi, inclusi quelli impiegati negli attentati suicidi, costituiscono la causa del ferimento o della morte delle donne nel 23 per cento dei casi registrati nel 2020, un dato che sale al 25 per cento per i bambini. Sempre nel 2020, gli ordigni esplosivi residui delle varie fasi del lungo conflitto afgano, tra cui le mine, rappresentano il 15 per cento delle cause di morte o ferimento per le donne, il 12 per cento per i bambini, che nel 2016 – l’anno con il più alto numero di vittime civili e il più alto di vittime-bambini – hanno rappresentato l’86 per cento delle vittime di questi ordigni.

Nel 2020 i bombardamenti aerei sono la causa del ferimento o della morte di donne e bambini nell’11 per cento dei casi. Nel corso del lungo conflitto afgano ci sono state forti oscillazioni. Se nel 2010 hanno causato il 39 per cento di tutte le vittime civili e nel 2011 il 53 per cento, la percentuale si è sensibilmente ridotta negli anni successivi, fino al 3 per cento del 2015. Per tornare al 9 e 10 per cento rispettivamente nel 2018 e nel 2019.

© Mathieu Willcocks

Nel 2010, tra le operazioni militari più letali per i civili c’è la cosiddetta “operazione Moshtarak” inaugurata dalle forze militari internazionali e afghane nella notte tra il 12 e il 13 febbraio nel distretto di Marja, nella provincia meridionale dell’Helmand, e condotta per diverse settimane. Così ne dà conto, il mese dopo l’inizio, l’infermiere di EMERGENCY Matteo Dell’Aira. “Se anche non avessimo letto la notizia, dal nostro ospedale di EMERGENCY a Lashkar-gah non avremmo avuto difficoltà a capire che un’altra guerra era incombente: aerei che sfrecciavano tutti i giorni sopra le nostre teste, elicotteri da combattimento in un andirivieni continuo, i vetri delle finestre dei reparti che tremavano. E poi i boati delle esplosioni che mettevano in allerta tutto lo staff”. I primi feriti arrivano il 13 febbraio 2010. “Dal solo villaggio di Marja, in 15 giorni abbiamo ricevuto 45 feriti, per la maggior parte da proiettile. Colpo singolo. Come accade ormai in tutte le guerre ‘moderne’ da almeno 60 anni, molti dei feriti erano civili: bambini innanzitutto. I nostri colleghi dello staff nazionale erano molto preoccupati: quasi tutti hanno parenti o amici che vivono in quell’area”. I feriti che riescono a raggiungere l’ospedale di EMERGENCY di Lashkar-gah, a circa 30 chilometri da Marja, sono i più fortunati. “Gli altri sono rimasti a morire tra le macerie della loro città. Posti di blocco militari impedivano di uscire da Marja anche alle macchine che portavano feriti, costringendole di fatto a percorrere strade minate per cercare soccorso. Un crimine dentro il crimine”.

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A causare vittime civili non sono soltanto le grandi operazioni militari o i bombardamenti aerei. Gli scontri sul terreno tra attori governativi e non governativi hanno causato, nel 2020, il 48 per cento delle vittime nel caso delle donne, il 46 nel caso dei bambini. Anche in questo caso, i dati UNAMA rilevano un’oscillazione. Tra il 2014 e il 2015, con la fine della missione di combattimento a guida NATO International Security Assistance Force e l’inizio di quella di addestramento Resolute Support, si registra un aumento degli incidenti causati da combattimenti sul terreno, tra le forze governative afgane e i gruppi anti-governativi. Le vittime civili causate da scontri sul terreno passano dal 14 per cento del 2012 al 37 per cento del 2015, fino al 38 per cento del 2016.

Nel corso del 2020, recita il rapporto di UNAMA, gli Improvised Explosive Device (IED), gli ordigni esplosivi improvvisati, hanno causato più di un terzo di tutte le vittime del conflitto, il 34,5 per cento. I dati presentati nell’articolo di Emily Griffith offrono una prospettiva sull’intero decennio 2011-2020, durante il quale causano il 79% (22.350) di tutte le vittime civili colpite da armi esplosive in Afghanistan. Le autobombe e le bombe sul ciglio della strada hanno causato i successivi livelli più alti di feriti e morti tra i civili, provocando rispettivamente 6.707 e 3.837 vittime.

Tra il 2017 e il 2020 secondo UNAMA rimane alta, costante, la percentuale di feriti causati dagli IED, realizzati in modo “artigianale”: nel 2017 il 40 per cento, il 42 per cento sia nel 2018 sia nel 2019. La percentuale si riduce al 34,5 per cento nel 2020, l’anno dell’accordo bilaterale firmato a Doha tra gli Stati Uniti e i Talebani. Un anno particolare.

Tipologia di attacchi (Fonte: United Nations Assistance Mission in Afghanistan – UNAMA)

IEDs (Ordigni esplosivi improvvisati)
Bombardamenti aerei
Attacchi via terra
Altro
Attacchi non specificati
2008
2008
2020

Dati disponibili dal 2008.

Fonte: United Nations Assistance Mission in Afghanistan – UNAMA

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Secondo UNAMA, nel 2020 il conflitto ha provocato 3.050 morti, 5.785 feriti, come già segnalato nel primo capitolo. L’aspetto più rilevante riguarda però il quarto e ultimo trimestre dell’anno, coincidente con l’avvio a Doha del cosiddetto dialogo intra-afgano tra i Talebani e il “fronte repubblicano” di Kabul: anziché una riduzione della violenza “c’è stata una escalation”, notano i ricercatori di UNAMA. Da ottobre a fine di dicembre, quello che in genere è un periodo di tregua relativa si è trasformato in uno dei più sanguinosi periodi di conflitto da quando, nel 2009, le Nazioni Unite hanno cominciato a registrare gli incidenti nel Paese: 891 le persone uccise, 1.901 i feriti in soli tre mesi.

Con sguardo retrospettivo, il chirurgo Roberto Bottura ragiona sul tipo di armi usate nel corso del tempo, sulle ferite curate in sala operatoria. Vanta una lunga esperienza nel Paese. Ha contribuito a inaugurare le attività di EMERGENCY e ad aprire il primo Centro chirurgico ad Anabah, nel Panshir, dal 2002 quasi interamente dedicato alla chirurgia generale e traumatologica. “Sono arrivato per la prima volta nel 1999. All’epoca si arrivava via aereo a Dushanbe, in Tagikistan, poi su una jeep via terra fino alla Valle del Panshir. L’attività clinica è iniziata quasi subito e da allora non si è mai interrotta”, nota Bottura. “Nel Paese, le ferite da armi da fuoco sono rimaste alte negli anni, percentualmente. Ad aumentare tanto sono state le ferite da esplosioni”.

© Mathieu Willcocks

“Dalle mine convenzionali siamo passati sempre più agli IED”, gli ordigni esplosivi improvvisati. Sono facili da costruire, i materiali poco costosi e facili da reperire. “Colpiscono tutti, senza distinzioni, incluse donne e bambini. È anche a causa degli IED che il conflitto si è spostato nelle città. La popolazione ne ha pagato il prezzo”, conferma Michela Paschetto, parte della Medical Division Coordination di EMERGENCY.

Per Saeed, medico chirurgo dell’ospedale di Lashkar-gah, “in generale, giorno dopo giorno, sono cresciuti i pazienti di guerra. Ma se all’inizio, nel 2004 e negli anni successivi, quando ho cominciato, c’erano soprattutto ferite da proiettili e da schegge, più avanti abbiamo visto sempre più ferite da esplosioni, da mine, ordigni. Prima venivano fabbricati fuori, importati. Ora sono realizzati e assemblati in casa, in modo artigianale. Se ne producono di più, più facilmente”. Gli effetti ricadono sui civili. “Arrivano casi gravissimi, pazienti già morti”. Vale a Lashkar-gah come a Kabul.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“La violenza si fa asfissia per i civili”. Così ci ha detto il dottor Ghulam, chirurgo dell’ospedale di EMERGENCY a Kabul, nel primo capitolo. Ora spiega meglio. “Arrivano pazienti ustionati, gravemente feriti, con un percorso riabilitativo complicato”. La causa? “Sono ferite da esplosioni. Tante quelle che curiamo. Tre settimane fa è arrivato mio cugino, ferito dall’esplosione di una mina. È stato ricoverato per due settimane. Ogni giorno c’è un caso simile”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Bombe magnetiche, autobombe, mine. L’infermiera Zahra ne conosce gli effetti. “Sei anni fa ero al lavoro, qui in ospedale, quando mi dicono che mi cercavano in ambulatorio. Corro e trovo mio marito. Era in condizioni spaventose. Sono svenuta. È un giudice della Corte suprema. Quel giorno stava andando a lavoro, quando alle porte di Kabul c’è stato un attentato. Lo abbiamo curato qui per un mese e mezzo. È uno dei pochi sopravvissuti ed è rimasto paraplegico”.

Kabul è stata “la provincia più colpita per vittime civili ogni anno dal 2011 ed è stata spesso luogo di attacchi violenti e su larga scala da parte di gruppi non statali”, nota Emily Griffith nel suo contributo. Tra il 2011 e il 2020 “AOAV ha registrato 8.296 vittime civili nella provincia, 7.855 delle quali sono state uccise o ferite da IED”. Il maggior numero di vittime civili per attentati suicidi tra il 2011 e il 2020 si registra negli edifici pubblici (3.030), nei luoghi di culto (1.882), negli assembramenti (1.491), nelle strade (1.398). A volte nelle palestre.

La storia di Matiullah

Il 5 settembre del 2018, nel tardo pomeriggio ci sono decine di atleti al club Maiwand, una popolarissima palestra nel quartiere sciita di Dasht-e-Barchi, a Kabul. “È stato un giorno terribile. Ero in palestra per esercitarmi. Due giorni dopo erano fissati gli incontri di combattimento. Facevamo wrestling, combattimenti. Verso le 18, finita la preparazione, abbiamo sentito uno sparo, contro il guardiano all’ingresso. Siamo scappati subito verso la porta di emergenza. Ma c’è stata una fortissima esplosione”. Un attentatore suicida che nascondeva l’esplosivo in una borsa da ginnastica riesce a raggiungere la porta.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

A raccontare è Matiullah, 28 anni. Il cappello da baseball schiacciato sulla testa, lo sguardo esitante, Matiullah si ritiene fortunato. “Sono vivo. Quel giorno ho perso dieci amici. Uno era davanti a me sull’automobile che ci portava all’ospedale. È morto prima di arrivarci. Io sono stato fortunato”, ripete Matiullah, che incontriamo nella terrazza di un caffè nel quartiere centrale di Shahr-e-Now, nella capitale.

I morti causati dall’attacco, rivendicato dalla “Provincia del Khorasan” (ISKP), la branca locale dello Stato islamico, sono 30, i feriti 91. L’attentato è duplice. Un’autobomba esplode all’arrivo dei soccorritori e dei giornalisti. Tra le vittime ci sono anche Samim Faramarz e Ramiz Ahmady, giornalista e cameraman di Tolo News, uccisi in diretta televisiva mentre raccontavano il primo attentato. È una modalità adottata spesso dagli attentatori: aspettare l’arrivo dei soccorsi e dei giornalisti sul luogo dell’attentato per azionare una seconda bomba. Nei mesi e negli anni successivi, come riepiloga Fabrizio Foschini nel suo contributo, molti altri loro colleghi finiscono nel mirino dei gruppi anti-governativi.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Gravemente ferito, Matiullah perde conoscenza. “Mi sono ritrovato all’ospedale di EMERGENCY. Il braccio era in condizioni pessime. Per metà saltato, pieno di sangue”. Prende il telefono dalla tasca e scorre lo schermo. Mostra alcune foto. Una ritrae il braccio sinistro, prima dell’operazione. “Non ero messo bene”. Poi torna a bere il succo di mango. Sul polso, la cicatrice di una seconda operazione, grazie alla quale è tornato a muovere anche la mano. Quella sera ha rischiato di perdere il braccio. “Mi ha operato un chirurgo italiano. In seguito mi hanno riferito che gli avrei detto: ‘Ho famiglia dottore, non mi amputi il braccio per favore’ ”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Il medico è il livornese Enrico Paganelli, chirurgo ortopedico. Lo incontriamo a Kabul poco prima che parta per una missione a Lashkar-gah. “È stata una giornata dura, una mass casualty complicata. Se non sbaglio abbiamo operato 23 pazienti gravi”, ricorda Paganelli. Secondo i registri di EMERGENCY, sono 36 i pazienti arrivati quella sera, 29 quelli ammessi e ricoverati. Le operazioni sono complicate. Serve l’esperienza di tanti anni di chirurgia di guerra.

“Le linee guida, i protocolli per la chirurgia di guerra e ricostruttiva sono stati stabiliti negli anni Sessanta del secolo scorso dalla Croce Rossa Internazionale. Sul campo, nel corso degli anni, abbiamo imparato a modularle diversamente, a piegarle alle esigenze”, spiega Paganelli. “Oggi l’approccio verso i pazienti traumatici è una chirurgia meno demolitiva. Sono diminuite le amputazioni. Dove possibile, si privilegia la plastica ricostruttiva”.

È il caso di Matiullah, che ha un figlio di cinque anni, Musah, e un altro in arrivo tra pochi mesi. “Ero uno sportivo, per questo ho recuperato in poco più di un anno. Ma quel giorno non posso scordarlo” ci dice prima di tornare al lavoro.

Fotografie di Giuliano Battiston
© Giulio Piscitelli
L'accesso alle cure
La lotta quotidiana per le cure
Nico Piro, giornalista, RAI

“Hanno sparato a Mohammad, lo stiamo portando all’ospedale di EMERGENCY. Ci puoi aiutare? Puoi chiamare i tuoi amici italiani?” La voce è disperata, provo a rispondere rassicurante mentre realizzo che il telefono aveva già squillato a lungo, più volte, senza che me ne accorgessi.

Un amico afgano è ferito, a Kabul, e il pensiero di chi lo soccorre va subito all’ospedale dell’organizzazione nel cuore della capitale. Eppure le statistiche nel corso degli ultimi vent’anni documentano una crescita del sistema sanitario afgano che oggi, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), conta su 3.135 strutture di vario livello, dagli ambulatori agli ospedali, che coprono l’87% della popolazione in una percorrenza di due ore.

© Vincenzo Metodo

Queste statistiche non raccontano però tutta la verità. L’Afghanistan resta un Paese dove l’accesso ai servizi sanitari è difficile, non solo per l’assenza di collegamenti e per via di un’orografia complessa. Lo dimostra l’emergenza di Covid-19, pur assolutamente sottostimata da numeri ufficiali, con il traffico di bombole d’ossigeno negli ospedali e parenti costretti a comprarle in proprio e portarle in corsia. E ancora la corruzione; il sistema delle assicurazioni private; l’abuso di farmaci che hanno scatenato fenomeni un tempo impensabili come l’antibiotico-resistenza; la spinta verso viaggi della speranza, quasi sempre inutili, in Pakistan e in India; l’aggressività della sanità privata nel vendere “cure”; i prezzi alti della sanità in genere; la carenza di personale: sono tutti elementi che rendono fragile la sanità “ricostruita”. Per questi motivi, una telefonata di aiuto arriva fino all’altra parte del mondo per chiedere un’intercessione, in vero non necessaria, per arrivare all’ospedale di EMERGENCY nel cuore di Kabul, nonostante in città ci siano ormai molti nosocomi e dove, almeno quel giorno, non era in atto un’emergenza ed i pronto soccorso non erano in alcun modo congestionati.

© Mathieu Willcocks

Ma il tema dell’accesso alla sanità in Afghanistan, vent’anni dopo l’inizio della missione occidentale, è complesso anche per altri motivi. Il Paese resta uno dei luoghi peggiori al mondo dove essere una madre o un bambino come ci ricorda l’UNICEF. Il livello di mortalità delle gestanti resta altissimo: 638 madri ogni 100.000 parti. Altissima anche la mortalità infantile: 4 bambini afgani ogni 10 muoiono nei 12 mesi dalla nascita. Non è solo una questione di costumi - matrimoni precoci - e di assenza di pianificazione familiare, ma di carenza di prevenzione e di medicina di base che pure sarebbe fondamentale in un Paese tanto giovane (il 40% della popolazione ha tra i 10 e i 19 anni).

© Mathieu Willcocks

Tutte queste valutazioni, che andrebbero ampliate considerando le nuove sfide che la sanità afgana deve affrontare - dall’HIV alle dipendenze da eroina e droghe chimiche - tendono però a sgretolarsi se si guarda al calendario. Siamo nel 2021 e il Paese sta scivolando di nuovo verso la guerra civile. Il conflitto, come è stato in questi 20 anni, non può che avere effetti sulla sanità, in primo luogo perché rende fisicamente difficile percorrere strade e attraversare alcune aree per raggiungere le strutture mediche, inoltre moltiplica tragicamente la domanda e mette sotto stress ospedali e ambulatori costretti così a occuparsi delle emergenze e non delle cure “ordinarie”.

Conflitto significa anche trasformare le strutture sanitarie in obiettivi. Nell’ultimo decennio, infatti, i luoghi dove si curano le vittime di guerra non sono più intoccabili. Vent’anni di guerra, condotti con lo scopo di esportare la democrazia e ‘ricostruire’ il Paese, ci riconsegnano un luogo in cui un malato non è al sicuro nemmeno nel letto di un ospedale raggiunto dopo un lungo viaggio, tra mulattiere e posti di blocco delle fazioni in conflitto.

© Vincenzo Metodo

Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza.

Il Covid-19 in guerra
Andrew Quilty, giornalista e fotografo, da Kabul

I primi casi positivi di Covid-19 in Afghanistan sono stati registrati nella città di Herat, nel febbraio 2020. Ai tempi erano stati rilevati poco più di 50 casi in tutto il Paese, ma il governo ha messo in atto misure di contenimento piuttosto rigide: ha chiuso scuole, università, uffici governativi e tutte le attività non essenziali; sospeso i voli delle compagnie aeree nazionali e limitato la circolazione dei veicoli. Come in altri Paesi del mondo le strutture sanitarie in Afghanistan sono state destinate all’emergenza Covid-19, l’Afghan Japan Hospital di Kabul è diventato la principale struttura di riferimento della capitale per il trattamento dell’epidemia.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

Inizialmente sembrava che l’Afghanistan fosse riuscito ad evitare gli alti tassi di infezione e i decessi che avevano invaso l'Europa, gli Stati Uniti e il confinante Iran. Proprio dall’Iran, però, 200 mila lavoratori afgani sono rientrati in Afghanistan nel marzo 2020.

Si sono ammassati su autobus e furgoni affollati e da Herat hanno fatto rientro alle loro case sparse in tutto il Paese, ricongiungendosi alle grandi famiglie multigenerazionali che avevano lasciato. Da lì a poco i contagi sono stati rilevati in tutte le 34 province e l'Afghanistan ha vissuto la sua prima ondata. La diffusione di Covid-19 è diventata inevitabile, soprattutto a causa della limitata capacità di fornire i test e monitorare la situazione. Al 7 luglio 2021 erano stati fatti 647.029 tamponi, con 131.586 casi confermati e 5.561 decessi. In media, il ministero era in grado di analizzare quotidianamente solo 3.888 degli 11.000-21.000 tamponi effettuati in tutto il Paese, il che significa che almeno l'80-90 per cento dei potenziali casi rimane non diagnosticato.

Dal momento che l'aiuto umanitario per il Covid-19 è stato direttamente collegato al numero di casi accertati, avere un numero così basso di risultati positivi confermati ha significato che le risorse fornite erano nettamente insufficienti rispetto alle quantità necessarie.

© Mathieu Willcocks

In un contesto socio-politico-economico afflitto da una guerra, il sistema sanitario si era già da tempo indebolito anche prima dell’arrivo della pandemia di Covid-19 e fin dall’inizio questo ha causato la mancanza di misure preventive di base, risorse e forniture. All'inizio della pandemia, in tutto il Paese erano disponibili solo 300 ventilatori, alcuni dei quali inutilizzati perché il personale non aveva avuto la formazione necessaria per farli funzionare. L'OMS ha fornito all'Afghanistan i kit per fare le analisi, ma solo due laboratori nel Paese erano dotati di macchine in grado di elaborare i campioni prelevati. Nell’Afghan Japan hospital la carenza di ossigeno ha portato le famiglie dei pazienti a litigare per le bombole mentre agli operatori sanitari erano stati forniti disinfettanti per le mani definiti in seguito “non autentici” dalle ONG internazionali che assistono il Ministero della Salute Pubblica.

L’Afghanistan ha affrontato il Covid-19 con quasi un quarto della sua popolazione ritenuta bisognosa di assistenza umanitaria, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari. Secondo il vicedirettore nazionale del World Food Programme (WFP) “la situazione in Afghanistan sta rapidamente passando da un’emergenza sanitaria a una crisi alimentare e di mezzi di sussistenza”.

© Mathieu Willcocks

A questo proposito, i karachais di Kabul - le carriole che forniscono lavori a giornata o trasportano la spesa e che rappresentano un importante mezzo di sussistenza per molti capifamiglia - sono diventati il simbolo delle grandi disuguaglianze esacerbate dal Covid-19. Rappresentano la maggior parte degli afgani che, dopo il lockdown imposto per prevenire la diffusione dell’epidemia, ora stanno lottando per andare avanti. Una lotta che molti combattevano già da tempo.

Il rischio di soccombere alla povertà, come previsto dagli esperti, è diventato maggiore di quello rappresentato dal Covid-19. Pochi afgani possono permettersi di smettere di lavorare anche se i contagi aumentano, la maggior parte di loro non può permettersi di seguire il tipo di regole comportamentali che si sono rivelate efficaci nel contenere le epidemie in altre parti del mondo.

© Mathieu Willcocks

Con la povertà sempre più diffusa e nessun sistema di welfare a sostenerli, i medici intervistati durante la pandemia hanno affermato che molti afgani che presentano sintomi preferiscono aspettare che la malattia si estingua piuttosto che rischiare una visita in ospedale e una lunga attesa per i risultati. La maggior parte di coloro che hanno avuto il virus probabilmente non hanno mai cercato cure e non compariranno mai nelle statistiche ufficiali. "Gli afgani hanno vissuto così tante difficoltà in passato che non sono così preoccupati per una malattia, non importa quanto gli esperti ne espongano i rischi", mi ha detto nel 2020 l’ex direttore dell’Afghan Japan hospital. Nel 2019 sono morte più persone nella guerra in Afghanistan che in qualsiasi altro conflitto nel mondo: un fatto che spiega in parte perché gli afgani abbiano affrontato il coronavirus con lo stesso fatalismo che hanno adottato attraverso il flusso e riflusso di oltre 40 anni di guerra. Sebbene il virus in sé non faccia discriminazioni, i suoi effetti sono molto più devastanti e diffusi tra le popolazioni povere e vulnerabili come quella dell'Afghanistan.

Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza.

Il nostro racconto
Giuliano Battiston, giornalista
La rete del trauma

“Siamo a Lashkar-gah: anche quando tutto sembra calmo, qui ci aspettiamo sempre che succeda qualcosa. Nelle ultime settimane poi la situazione è peggiorata: si combatte in città. I civili sono bloccati. Non possono uscire o entrare liberamente. Gli aerei sono fermi. Siamo nelle mani di Allah”.

Sayed, responsabile della sicurezza del Centro chirurgico per vittime di guerra di EMERGENCY, interrompe la conversazione per rispondere al telefono. Poi il cancello dell’ospedale si apre. Entra un’ambulanza, con le ruote impolverate. Subito vengono spalancati i portelloni anteriori. Un paziente viene trasportato su una barella verso il Pronto soccorso. “È piuttosto grave” sostiene l’autista. Il volto stanco e accaldato, Naseer si asciuga la fronte e tira un sospiro di sollievo. Ha guidato fin qui dal distretto di Musa Qala, molto più a nord. “Ci sono volute quattro ore. Tutto sommato è andata bene. Non è successo nulla di grave lungo il tragitto”. Risale sull’ambulanza per portarla nell’officina della manutenzione, a ridosso delle mura dell’ospedale. Poi si dirige verso la mensa. Il paziente è nelle mani del personale medico.

L'arrivo di un'ambulanza a Lashkar-gah.

L’ambulanza guidata da Naseer parte del sistema dei Posti di primo soccorso (FAP, First Aid Posts) e dei Centri sanitari di base (PHC – Primary Health Clinics) sviluppato e consolidato nel corso degli anni da EMERGENCY. Presidi sanitari stabili, collegati agli ospedali con un servizio di ambulanze operativo 24 ore su 24. Nei Centri sanitari, infermieri e medici offrono cure di base e trasferiscono i pazienti che ne hanno bisogno a strutture di secondo o terzo livello, nei Posti di primo soccorso stabilizzano i feriti per trasportarli in ospedale in sicurezza.

“Sin dall’inizio, nel 1999, abbiamo pensato a strutturare la nostra presenza nel Paese modellandola sui bisogni della popolazione. È sempre stato importante capire dove operare”, spiega il chirurgo Roberto Bottura. “Per questo abbiamo aperto un primo Centro chirurgico per vittime di guerra ad Anabah, nel Panshir”, che dal 2002 è quasi interamente dedicato alla chirurgia generale e traumatologica, “poi gli ospedali per vittime di guerra di Kabul nel 2001 e di Lashkar-gah nel 2004, per garantire l’accesso alle cure nei fronti principali del conflitto. E per questo abbiamo creato e poi espanso la rete dei Posti di primo soccorso”. Oggi ce ne sono 44 in tutto il Paese.

La rete dei Posti di primo soccorso (First Aid Posts - FAP) di EMERGENCY a Lashkar-gah

1 FAP attivo

Dati disponibili dal 2005.

Fonte: EMERGENCY

“L’idea è che intorno a un ospedale ci sia una rete estesa, capillare. E che questa rete segua per quanto possibile la mappa del conflitto, molto dinamica in Afghanistan”, dice Gino Strada. Cure gratuite e di qualità, accessibili a tutti, ai civili e alle parti in conflitto, così da garantire il diritto alla cura, inteso come un vero e proprio diritto umano. È seguendo questo obiettivo di fondo che è stata creata anche la rete dei FAP. Secondo Strada, gli effetti sono positivi “sia per la capacità di assorbire i bisogni di un territorio sempre più ampio, sia per la qualità del trattamento dei pazienti di guerra, per i quali la stabilizzazione è cruciale”.

© Vincenzo Metodo

Lo conferma Saeed, il chirurgo che abbiamo incontrato nel secondo capitolo e che lavora nell’ospedale di Lashkar-gah dall’apertura, nel 2004. “Le cure di primo soccorso sono fondamentali. La vita o la morte di un paziente spesso dipendono dalla stabilizzazione. Vale soprattutto in un territorio come il nostro, geograficamente difficile, con strade accidentate e distretti rurali in cui si combatte. E vale specialmente per i feriti di guerra. A volte prima che arrivino in ospedale passa qualche ora: se non fossero stabilizzati, morirebbero”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“Per chi non lo vede con i propri occhi è difficile immaginare quel che accade nei distretti più remoti, dove il conflitto è più duro e dove riusciamo ad arrivare soltanto grazie alla nostra rete di Posti di primo soccorso. Molti feriti sono gravi e vanno curati immediatamente”, ci spiega Basir. Lo incontriamo nel suo ufficio, in un edificio bianco parallelo all’edificio principale che ospita le sale operatorie, gli ambulatori, i reparti dei pazienti. Tra i due edifici c’è un giardino ben curato con alti girasoli e alberi di melograno. Alle spalle della scrivania di Basir c’è un mobile basso in metallo su cui è disposta ordinatamente una serie di faldoni blu, uno per ogni Posto di primo soccorso. “Qui nella provincia dell’Helmand ne gestiamo 7. Tra i più importanti c’è quello di Grishk, dove lavorano 6 infermieri, 2 infermiere, 3 guardiani, 2 autisti, che si danno il cambio. Si trova sulla strada tra Herat e Kandahar e per questo riceve un numero molto alto di pazienti. È una clinica ben attrezzata. Ci sono cinque posti letto e un altro ambulatorio femminile con due posti letto”.

Secondo le statistiche di EMERGENCY, nel 2020 sono stati 3.669 i pazienti di guerra curati nell’ambulatorio di Grishk e 472 quelli trasferiti nell’ospedale di Lashkar-gah, mentre nei primi 4 mesi del 2021 si registrano già 1.171 pazienti curati nell’ambulatorio e 166 trasferiti. “Ma sono sempre molto impegnati anche i Posti di primo soccorso di Sangin”, dove nel 2020 sono stati curati 4.238 feriti di guerra, “Musa Qala e Marjah”, prosegue Basir.

Lavoro quotidiano al Centro per vittime di guerra di Lashkar-gah.

Trentaquattro anni, due figli di 8 e 5 anni e una figlia di 3 anni, Basir lavora con EMERGENCY dal 2006. Ha svolto ruoli diversi e oggi è Field Officer. Tra i suoi compiti c’è il coordinamento della rete dei Posti di primo soccorso dell’Helmand. “È un lavoro faticoso ma necessario”, racconta dopo aver ricevuto l’ennesima chiamata da Grishk. “Cerco di visitare ogni FAP due volte al mese. Giovedì scorso ero a Marjah. Il giorno dopo c’è stato un attacco”. La maggior parte dei pazienti, spiega, “arriva di notte, quando il conflitto si intensifica”. È allora che la rete dei Posti di primo soccorso diventa ancora più importante: “è una rete essenziale perché i distretti in cui si combatte sono lontani da Lashkar-gah, difficili da raggiungere. Ci vive gente povera, senza mezzi. Se non ci fossero le nostre ambulanze, i pazienti morirebbero per strada”. Le strutture mediche della provincia, quando ci sono, offrono spesso servizi di dubbia qualità, a prezzi troppo alti per la popolazione. Tramite la rete dei FAP di EMERGENCY, sostiene Basir, tutti i pazienti, anche i più poveri, possono invece ottenere cure gratuite e di alta qualità.

Quando arriva un paziente “gli infermieri di turno fanno la stabilizzazione, poi mi chiamano e decidiamo se trasferire o meno il paziente qui a Lashkar-gah. A volte serve la consulenza del nostro Coordinatore medico. L’obiettivo è trasferire il paziente nel più breve tempo possibile, ma a volte siamo costretti a trattenerli per qualche ora o per tutta la notte. Dipende dalle condizioni di sicurezza lungo la strada”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

I tempi di cura e trasferimento sono fondamentali. “Affinché i pazienti possano ricevere una chirurgia e un trattamento avanzato bisogna intervenire entro 3, massimo 4 ore dal trauma, è una sorta di golden period”, spiega Matteo Rossi, che ha lavorato come Coordinatore medico a Lashkar-gah. “L’accesso alle cure in tempi brevi garantisce la prima stabilizzazione, ma ha anche conseguenze sui processi di ospedalizzazione, guarigione e recupero”. Da qui, il consolidamento e il progressivo ampliamento della rete dei Posti di primo soccorso.

La tempistica “è rispettata per più di un terzo dei pazienti, sia tra quelli che arrivano a Kabul sia tra quelli trasferiti a Lashkar-gah, i nostri due Centri di chirurgia di guerra che raccolgono i pazienti dalle reti di FAP”, spiega Matteo Rossi mentre scorriamo insieme le statistiche di EMERGENCY. “Se si considerano entrambi gli ospedali insieme, più del 60 per cento dei pazienti arriva entro la cornice di tempo necessaria a garantire cure efficaci e di qualità”.

I Posti di primo soccorso (First Aid Posts - FAP) di EMERGENCY a Kabul

1 FAP attivo

Dati disponibili dal 2004.

Fonte: EMERGENCY

I DATI

EMERGENCY ha cominciato a raccogliere dati sistematici sulla rete dei Posti di primo soccorso nel 2004, quando la “cintura” di cure che convergeva sull’ospedale di Kabul era costituita da 8 Posti di primo soccorso.

I FAP più vicini alla città di Kabul sono stati chiusi nel 2006, per essere riaperti poi in distretti più lontani, così da raggiungere la popolazione che aveva meno accesso alle cure. Nella provincia dell’Helmand i FAP erano 5 nel 2013, mentre oggi sono diventati 7. Quello di Grishk è il primo FAP aperto nella provincia dell’Helmand, nel 2005.

Nel 2015, sono 10.458 i pazienti curati negli ambulatori della rete dei FAP, 1.478 quelli trasferiti a Lashkar-gah. Rappresentano il 50,9 per cento dei 2.903 pazienti totali ricoverati in ospedale. Tra questi ultimi, il 63,1 per cento (1.831) arriva entro le 4 ore dal ferimento. Tra i 10.458 pazienti curati, 5.707 sono curati nel solo Posto di primo soccorso di Sangin. Più in generale, dal 2015 - quando il numero dei FAP nell’Helmand si stabilizza - sono circa 10 mila le prestazioni sanitarie effettuate.

Nel 2016 i trasferimenti diminuiscono. Sono 766, la metà circa rispetto all’anno precedente: “la città era sotto assedio ed era difficile accedere al nostro ospedale”, spiega Matteo Rossi. Quell’anno i trasferimenti dalla rete dei Posti di primo soccorso rappresentano soltanto il 22,4 per cento del totale dei pazienti ricoverati.

I pazienti ricevuti nei Posti di primo soccorso

Trasferiti negli ospedali di EMERGENCY
Curati in ambulatorio
2004
2004
2020

Dati disponibili dal 2004.

Fonte: EMERGENCY

Il 2016 è anche l’anno in cui EMERGENCY è costretta a chiudere il Posto di primo soccorso di Sangin. “Il distretto era diventato teatro di scontri particolarmente violenti. Le condizioni di sicurezza per lavorare erano compromesse. Abbiamo dovuto chiudere. Il bazar di Sangin è stato raso al suolo. La cittadina poi è stata in parte ricostruita intorno al cosiddetto nuovo bazar di Sangin ed è lì che abbiamo aperto una nuova struttura”, all’inizio del 2018. “Ma due mesi dopo siamo finiti sotto i colpi di un mortaio”, ricorda Matteo Rossi anticipando una questione di cui ci occuperemo tra poco: gli attacchi contro le strutture sanitarie, che testimoniano la perdita di protezione per gli operatori umanitari.

Nel 2020, sono 15.974 i pazienti curati negli ambulatori della provincia dell’Helmand, 2.582 i pazienti trasferiti dai FAP della provincia in altre strutture mediche, di cui 1.130 nell’ospedale di Lashkar-gah, il 29,7 per cento dei 3.805 pazienti totali ammessi nel corso dell’anno. Tra questi ultimi, il 73,3 per cento ha raggiunto l’ospedale entro le 4 ore dal ferimento. Anche nel 2020 colpiscono i numeri relativi a Sangin: dei quasi 16 mila pazienti curati negli ambulatori, 4.238 sono stati trattati lì.

Pazienti arrivati negli ospedali in meno di 4 ore dal trauma

73,7%
2003
68,8%
2004
66,1%
2005
71,1%
2006
66,6%
2007
68,5%
2008
62,9%
2009
60,1%
2010
57,9%
2011
58,4%
2012
56,7%
2013
53,8%
2014
50%
2015
52,6%
2016
53,8%
2017
54,2%
2018
58,4%
2019
61,5%
2020

Dati disponibili dal 2003.

Fonte: EMERGENCY

“Anche se non è facile trovare una relazione lineare”, commenta Matteo Rossi, “è evidente che nel corso degli anni con l’aumento delle nostre strutture sono aumentati anche i trasferimenti”. Inoltre, con l’ampliamento della rete dei FAP “si è ridotto sia il lasso di tempo entro il quale i pazienti vengono operati, sia la mortalità durante i trasferimenti, due elementi cruciali”.

Negli ultimi 4 anni, dal 2017 al 2020, il tasso di mortalità nel trasferimento verso l’ospedale di Lashkar-gah risulta sempre più basso dell’1 per cento: 0,35 nel 2017 (8 i pazienti deceduti), 0,44 nel 2018 (10 i pazienti deceduti), 0,50 nel 2019 (10 i pazienti deceduti), 0,66 nel 2020 (17 i pazienti deceduti).

I dati appena forniti riguardano il passato, ma servono anche a orientare le scelte future. “Monitorare, registrare i cambiamenti, accumulare dati e statistiche è indispensabile per capire cosa serve di più, cosa rafforzare”, sostiene con convinzione Nasim. Lo incontriamo nell’ospedale di Kabul in compagnia di alcuni infermieri. Sono arrivati da altre province, per due settimane di aggiornamento. Fanno tutti parte della rete dei Posti di primo soccorso.

© Laura Salvinelli

Secondo Nasim, Field Officer di EMERGENCY, il legame tra l’ampliamento della rete dei FAP e la riduzione del tasso di mortalità durante i trasferimenti è evidente: “basterebbe l’esempio del FAP di Pul e Alam, nella provincia di Logar: prima che venisse aperto nel 2013 capitava che molti pazienti morissero lungo la strada. Oggi non accade più”. Il discorso non vale solo per la clinica di Pul e Alam, dove nel 2020 sono stati curati 692 pazienti e da cui ne sono stati trasferiti 144, ma per tutta la rete: “Prima del consolidamento della rete, i pazienti morivano prima di arrivare ai nostri Posti di primo soccorso o nel trasferimento. Ora arrivano vivi nel 99 per cento dei casi, se non muoiono nell’immediato. Si tratta di vite salvate”.

I numeri gli danno ragione. Come per Lashkar-gah, anche nel caso dei trasferimenti dalla rete dei FAP verso l’ospedale di Kabul il tasso di mortalità durante il trasferimento è sempre inferiore all’1 per cento. È dello 0,56 per cento nel 2015 (12 i pazienti deceduti), dello 0,42 per cento nel 2016 (11 i pazienti deceduti), dello 0,56 per cento del 2017 (16 i pazienti deceduti). Nel 2018, con la rete allargata a 12 cliniche, il tasso di mortalità durante il trasferimento è dello 0,78 per cento (34 deceduti), nel 2019 è dello 0,73 per cento (23 deceduti), nel 2020 è dello 0,98 per cento (29 morti)

Tasso di mortalità durante il trasferimento in ambulanza (dai Posti di primo soccorso agli ospedali di EMERGENCY)

0,56%
2015
0,42%
2016
0,56%
2017
0,78%
2018
0,73%
2019
0,98%
2020

Fonte: EMERGENCY

Il 2018, come abbiamo visto nei primi due capitoli, è un anno particolarmente drammatico per i civili. I Posti di primo soccorso che fanno capo all’ospedale di Kabul diventano 12, i pazienti visitati in ambulatorio sono 6.667, il numero più alto di sempre; 4.363 vengono trasferiti, di cui 2.222 nell’ospedale EMERGENCY di Kabul, che quell’anno accoglie 4.076 pazienti totali. Il 54,5 per cento viene dunque dai FAP. Il 54,2 per cento arriva entro le 4 ore dalla ferita. Ben 886 pazienti, il numero più alto in assoluto, vengono trasferiti dal Posto di primo soccorso di Ghazni, dove vengono curati ambulatorialmente 649 feriti di guerra.

Nel 2019 sono 6.757 i feriti di guerra curati negli ambulatori della rete di Kabul, 3.163 quelli trasferiti, di cui 1.704 nell’ospedale di Kabul. Di questi, ben 509 vengono dal solo Posti di primo soccorso di Ghazni. Nel totale, i pazienti trasferiti dalla rete dei FAP rappresentano il 44,5 per cento dei 3.831 pazienti ammessi a Kabul nel 2019, il 58,4 per cento dei quali è arrivato entro le 4 ore.

I numeri si riducono nel 2020, soprattutto a causa del Covid-19 e del successivo restringimento dei criteri di ammissione ai pazienti più gravi al Centro chirurgico di Kabul. Sono 6.089 i pazienti curati negli ambulatori dei FAP, di cui 500 solo a Ghazni; 2.971 i pazienti trasferiti altrove, di cui 1.040 nell’ospedale EMERGENCY di Kabul, che nel 2020 ha ammesso 2.050 pazienti totali (di cui 230 da Ghazni). Il 50,7 per cento veniva dalla rete dei FAP e il 61,5 per cento è arrivato entro 4 ore dal ferimento.

Focus: i Posti di primo soccorso di Ghazni (Kabul) e Sangin (Lashkar-gah)

Trasferiti negli ospedali di EMERGENCY
Curati in ambulatorio
2008
2008
2020

Dati disponibili dal 2008.

Strade difficili

“In alcuni casi però ci vuole più tempo. Alcuni FAP, come quello di Ghazni e quello di Metherlam, nella provincia di Laghman, vengono usati come hub provinciali, raccolgono pazienti dai distretti e da altre province. Questo allunga i tempi di trasferimento”, spiega Nasim, che ricorda inoltre la pericolosità delle strade in Afghanistan, teatro di scontri molto violenti e prolungati.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Ventisette anni, lo sguardo serio, Nasser lavora nel Posto di primo soccorso di Ghazni. “Siamo nel centro della città”, ci spiega quando lo incontriamo a Kabul, durante una pausa del corso di aggiornamento. “Siamo impegnati tutti i giorni. Arrivano pazienti con ferite da esplosione, da proiettili, da schegge di mortaio. Vengono da tutti i 18 distretti della provincia, qualcuno dalle province di Paktika e Zabul”. L’ospedale provinciale di Ghazni, sostiene Nasser, “non è equipaggiato per alcuni trattamenti, come le ferite all’addome. Se non ci fossimo noi, i pazienti morirebbero. Noi li curiamo e stabilizziamo. Poi ci coordiniamo con il supervisore”.

La decisione sul trasferimento “dipende dalla capacità ricettiva dell’ospedale di Kabul, dalla valutazione dell’infermiere sulla gravità del caso, dalle condizioni di sicurezza della strada”, aggiunge Nasim. Per il quale “l’accesso al territorio è diventato più difficile negli ultimi mesi”. Passare per le “aree controllate dall’opposizione prima era più facile. Sembra siano saltate alcune gerarchie di comando. C’è meno chiarezza di ruoli. Inoltre il conflitto è più violento. I rischi sono maggiori. Di recente hanno sparato a una nostra ambulanza nel distretto di Baraki Barak”.

© Mathieu Willcocks

“Dal nostro FAP di Ghazni fino a Kabul ci vogliono meno di quattro ore, sempre che non ci siano imprevisti. Non è raro trovarne. Ci sono sparatorie. Mine che esplodono o che vengono fatte brillare. A volte anziché 4 ore ce ne vogliono 8, perfino 12. Dipende da caso a caso e dal periodo dell’anno: qui il conflitto è stagionale”, continua Nasser. “A volte le ambulanze vengono attaccate, di recente ci è successo nel distretto di Andar”, nella provincia di Ghazni.

Wakil è un infermiere del FAP di Metherlam, il capoluogo della provincia di Laghman. Quello in cui lavora è l’ultimo Posto di primo soccorso a essere aperto nella rete di Kabul, nel 2019. Si dice orgoglioso del suo lavoro. “Diamo cure di qualità e gratuite. La gente non può permettersi di curarsi, non ha soldi. Non ha neanche i soldi per spostarsi se sta male. Le nostre ambulanze sono a disposizione di chi ne ha bisogno. Offriamo cure di base, immediate. E offriamo un trasporto per i nostri ospedali, dove le cure sono di altissima qualità”, spiega. “L’importante però è fare presto”. Non sempre è possibile. “Non tutto dipende da noi. Le strade sono difficili, possono capitare combattimenti, oppure controlli da parte dei soldati o forze di opposizione. Nella maggior parte dei casi tutto fila liscio. Qualche volta no”, nota Nasser.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“Ero ferito gravemente, sanguinavo molto, ma le forze speciali ci hanno trattenuto per più di un’ora. Erano convinti che fossimo Talebani”, racconta per esempio Tahir, uno dei pazienti dell’ospedale EMERGENCY di Kabul. Ha 35 anni e viene dalla provincia di Maidan Wardak, a sud di Kabul. “Un posto pericoloso”. È arrivato qui 16 giorni fa con un’ambulanza dell’organizzazione. “Un attentatore suicida si è fatto esplodere sul taxi collettivo su cui viaggiavo con mio cugino. Forse per un errore, forse perché qualcuno ha azionato la bomba. Non lo so. So solo che ho già subito tre operazioni e devo affrontarne un’altra”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Occhi chiari, voce bassa, Salim ha 18 anni e viene dalla provincia orientale di Paktya. “Sono rimasto ferito in una lite tra cugini”. Apre il pigiama e mostra la fascia stretta intorno allo stomaco. Poi indica tutte le altre ferite sul corpo, meticolosamente. “Un proiettile mi è entrato dalla natica sinistra ed è uscito dall’intestino”. Da allora è passato più di un mese. “Da Aryob Zazai fino a Gardez mi ha portato un’ambulanza governativa. Da Gardez a qui un’ambulanza di EMERGENCY”. “Stava morendo. Siamo riusciti a recuperarlo appena in tempo”, spiega l’infermiere Wakil.

Disponibilità delle strutture sanitarie

Il villaggio di origine di Salim è a ridosso del confine con il Pakistan, in una delle aree più remote del Paese, a circa 5 ore dall’ospedale di Kabul. Il suo trasferimento testimonia la capillarità e l’efficacia della rete dei Posti di primo soccorso.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“I FAP sono le nostre antenne nel cuore rurale del Paese, vicino ai fronti di guerra”, commenta Emanuele Nannini, che in Afghanistan ha trascorso 5 anni come Programme Coordinator ed è stato poi Area Director Emergenza&Sviluppo all’interno del dipartimento Field Operations. “L’espansione della rete, resa possibile anche grazie a una maggiore disponibilità di fondi”, è avvenuta in un periodo particolare, “intorno al 2014 quando termina la missione di combattimento ISAF della Nato e inizia il graduale ritiro delle truppe straniere annunciato dal presidente degli Usa, Barak Obama”, di segno contrario rispetto al surge militare del 2009/2010. “In quegli anni molte organizzazioni cominciavano a lasciare il Paese”. EMERGENCY invece fa il contrario. “Abbiamo allargato la rete dei FAP, espanso la capacità delle sale operatorie a Kabul, incrementato i posti letto a Lashkar-gah da 60 a 100, rinnovato il Centro di maternità di Anabah: un segnale di presenza e continuità. L’estensione della rete dei FAP ci ha permesso di aggiornare la nostra attività, rendendola più coerente con l’evoluzione del conflitto, che si allargava sul territorio”.

Secondo Rossella Miccio, già responsabile di progetto in Afghanistan, poi co-coordinatrice del dipartimento Field Operations e dal 2017 Presidente di EMERGENCY, l’allargamento territoriale della rete dei Posti di primo soccorso e dei Centri sanitari di base riflette un altro elemento fondamentale: “è un indicatore della fiducia che ci viene accordata. I FAP vengono aperti seguendo l’andamento del conflitto, certo, ma almeno la metà delle nuove aperture dipende dalle richieste da parte delle comunità locali. In questi anni ho visto tante lettere di richiesta. Firmate, oppure con tante impronte digitali al posto delle firme”.

© Vincenzo Metodo
EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“In sintesi, sono due i criteri che adottiamo nel decidere se aprire o meno un nuovo FAP”, ci spiega a Kabul il Field Officer Nasim: “da una parte studiamo le statistiche, per capire come si trasformano i bisogni, dall’altra ascoltiamo le richieste della popolazione”. A Lashkar-gah, il coordinatore dei FAP dell’Helmand Basir conferma la procedura: “vengono qui da noi gli elders, i vecchi dei villaggi, in rappresentanza delle comunità. Chiedono di aprire una nuova clinica. Noi valutiamo la richiesta con il Coordinatore medico e poi con la sede centrale”. Il processo è lungo: occorre verificare quali siano i servizi già presenti sul territorio, la sicurezza della struttura, la distanza dalle installazioni militari, studiare i tempi di percorrenza, l’accessibilità all’ospedale di riferimento. E molto altro ancora. Sono tante le richieste. “In queste ultime settimane ci sono arrivate tante richieste dal distretto di Maiwand, nella provincia di Kandahar. Lì intorno si combatte duramente”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“Arrivano tante richieste dal distretto di Delaram”, nella provincia di Nimruz, “e da quello di Maiwand”, nella provincia di Kandahar, aggiunge Sayed quando torniamo a fargli visita. Per lui il lavoro di EMERGENCY nei distretti sarebbe “impossibile senza il sostegno delle comunità”. Un sostegno conquistato nel corso degli anni grazie al rispetto di un principio inderogabile: la neutralità. “Nella provincia dell’Helmand ci conoscono tutti. Sanno bene il lavoro che facciamo. Da quando ci sono i FAP ci conoscono meglio anche nei distretti. Tanti pazienti vengono da lontano, vengono curati qui e poi ritornano a casa. Parlano di noi. Sono poveri, molto poveri: ma qui non conta chi è povero o chi è ricco. Tutti sono curati allo stesso modo”.

La fiducia delle comunità, nota Rossella Miccio, genera responsabilità. “Una grandissima responsabilità verso la popolazione e verso le istituzioni. A volte ci sono aspettative più alte delle possibilità reali. Per questo è indispensabile la trasparenza. Bisogna dire con chiarezza cosa possiamo e cosa non possiamo fare. La fiducia viene dalla trasparenza e dall’uguaglianza del trattamento, senza distinzioni”.

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Per Gino Strada, chirurgo e fondatore di EMERGENCY, “la responsabilità si affronta lavorando seriamente, con integrità, condividendo i progetti con le autorità locali. E con l’assoluta neutralità. Non sempre è facile, come quando nell’ospedale di Kabul ci trovavamo un comandante talebano e fuori, alle porte, i mujahedin che gli ringhiavano contro. Ma siamo sempre riusciti a mantenerci neutrali”, nota Strada. Che continua. “Non siamo giudici, non parteggiamo. Siamo medici. Ci occupiamo di feriti, di fronte ai quali vale l’imperativo etico della cura”.

Seguito da tutti i dipendenti di EMERGENCY, l’imperativo etico della cura ha creato nel tempo una sorta di cintura di sicurezza per gli operatori dell’organizzazione, racconta Fawad. Lavora con EMERGENCY da 15 anni. Ha una casa di famiglia a 15 chilometri da Lashkar-gah. “Vorrei portare i miei genitori a vivere qui in città, dove abito con la mia famiglia. Ma mio padre è contrario. Vuole stare vicino ai suoi campi, in campagna”. Il villaggio da cui proviene “di giorno è del governo, di notte passa in mano ai Talebani”. Ma Fawad non ha paura. Perché gode di uno statuto speciale. “Tutti sanno che sono un medico, un medico di EMERGENCY. Anche i Talebani rispettano il nostro lavoro”. Per dimostrarlo, racconta una storia. “Una volta stavo andando via terra a Kabul, per un esame. Incappiamo in un posto di blocco dei Talebani. ‘Dottore buongiorno’, mi sento dire. Era un nostro vecchio paziente. Ricoverato per due mesi da noi”. Per Fawad, qui all’ospedale di Lashkar-gah “nessuno chiede chi sia il paziente. Non importa chi è chi. Contano i pazienti. Le ferite da curare. In medicina è centrale il rispetto per l’essere umano, chiunque esso sia”.

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Gli attacchi alle strutture sanitarie

A volte la neutralità nelle cure e la fiducia guadagnata sul campo non sono sufficienti a tutelare il personale delle strutture sanitarie nel Paese. Secondo UNAMA, nei primi sei mesi del 2021 sono stati 28 gli attacchi alle strutture sanitarie o agli operatori sanitari che hanno causato 12 morti e oltre una dozzina di feriti, 90 nel 2020, 75 nel 2019, 62 nel 2018, 75 nel 2017, 120 nel 2016, l’anno che registra il più alto numero di attacchi a partire dal 2012. “Si tratta di attacchi indiscriminati contro le strutture e il personale medico”, nota Luca Radaelli. Oggi è Medical Staff Planning Manager, ma ha lavorato in Afghanistan per 7 anni. Prima come infermiere a Lashkar-gah, poi come Coordinatore medico a Kabul e, negli ultimi due anni, come Programme Coordinator negli ospedali dell’associazione nel Paese e nei Posti di primo soccorso. Racconta di aver assistito “a un progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza, anche per gli operatori sanitari”.

Ricorda tra gli altri episodi il bombardamento aereo delle forze internazionali e governative sull’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, nell’ottobre 2015, con l’uccisione di 45 persone, l’attentato del marzo 2017 contro l’ospedale militare Sardar Daud Khan, anche detto dei “400-bed”, con la morte di almeno 30 civili.

Attacchi alle strutture sanitarie

1 attacco

Dati disponibili dal 2012.

Fonte: United Nations Assistance Mission in Afghanistan – UNAMA

Anche EMERGENCY ha subito le ripercussioni. Sin dall’inizio: il 17 maggio del 2001, per esempio, ai tempi dell’Emirato islamico dei Talebani, la polizia religiosa del Ministero per la prevenzione del vizio e la promozione delle virtù irrompe con le armi nell’ospedale di Kabul, contestando il fatto che alcuni spazi non siano rigidamente divisi tra uomini e donne. I membri dello staff nazionale e internazionale vengono fatti inginocchiare e tenuti sotto tiro per due ore, qualcuno viene colpito e picchiato, tre membri dello staff locale vengono arrestati per resistenza. EMERGENCY decide allora di sospendere le attività che riprenderà quando - subito dopo l’11 settembre 2001 - diventa chiara l’intenzione degli USA di attaccare l’Afghanistan.

Pronto soccorso del Centro chirurgico per vittime di guerra, Lashkar-gah.

Nell’aprile del 2010, come racconta in un editoriale dell’epoca, Gino Strada decide di chiudere l’ospedale di Lashkar-gah dopo che “uomini della polizia e dei servizi di sicurezza afgani, insieme con militari inglesi delle forze di occupazione” hanno prelevato tre operatori di EMERGENCY. Accusati di voler assassinare il governatore della provincia, vengono liberati dopo nove giorni di duri interrogatori e riconosciuti “completamente innocenti”. L’ospedale viene riaperto quando, come sottolinea Gino Strada, “può tornare a essere un luogo ‘ospitale’ per tutti, un luogo senza nemici, dove si cura chi ha bisogno – bene e gratuitamente – , dove si cura senza discriminazioni semplicemente, banalmente, perché chi ha bisogno di cure deve essere curato”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Nel maggio 2016, come abbiamo visto, EMERGENCY è costretta a chiudere il Posto di primo soccorso di Sangin per motivi di sicurezza. Nel 2018 e 2019 si registrano diversi incidenti nel FAP di Andar, nella provincia di Ghazni, tra cui l’irruzione, il 14 maggio 2019, di circa 100 membri delle forze armate afgane e internazionali, “alla ricerca di un comandante talebano”. Pochi mesi più tardi, nella notte tra sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre 2019, una nuova irruzione nell’area di Zokuri Khail in cui si trova il FAP di Andar. Questa volta i militari delle forze armate afghane e internazionali sono circa 40, accompagnati da unità cinofile. Di turno ci sono due infermieri, un addetto alla pulizia e l’autista dell’ambulanza. Non è presente nessun paziente. L’operazione dura ben due ore. I militari chiedono con insistenza quali siano i criteri di ammissione per i pazienti. Lo staff risponde ricordando che EMERGENCY opera nel rispetto del diritto umanitario: viene curato chiunque ne abbia bisogno, senza discriminazioni, senza subire condizionamenti. I quattro membri dello staff vengono fatti denudare. Sequestrati i loro telefoni e il registro dei pazienti del mese di novembre. Un episodio grave, condannato dall’associazione. L’episodio più drammatico risale all’agosto 2014, quando l’autista di un’ambulanza di EMERGENCY viene ucciso accidentalmente mentre trasporta un ferito da Tagab a Kabul. Nel luglio 2019, Gul Ahmad, il supervisore del Posto di primo soccorso di Andar, e Musa Khan, l’addetto alle pulizie, vengono uccisi da un drone mentre percorrono in moto la strada verso Ghazni. I “loro corpi dilaniati sono stati riconosciuti solo grazie al tesserino di EMERGENCY che portavano con sé”, spiega un comunicato stampa dell’organizzazione. “Anche gli ospedali e gli operatori umanitari pagano le conseguenze del conflitto”, sostiene Rossella Miccio. Così come i pazienti dell’ospedale EMERGENCY di Kabul.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Nadir, 22 anni, ha il braccio piegato sotto il cuscino e il corpo coperto da un telo bianco. È arrivato 12 giorni fa “sotto shock” dalla provincia di Baghlan. È uno sminatore che lavora per l’organizzazione Halo Trust, attiva in Afghanistan da molti anni. “Era intorno alle 10 di sera quando un gruppo di persone ha fatto irruzione nei nostri alloggi. Ci hanno preso i soldi, i telefoni. Poi ci hanno messo al muro. Al collega vicino a me hanno chiesto chi fossero i capi e se ci fossero degli hazara”, i membri della minoranza sciita. “Non rispondeva e gli hanno sparato. Così hanno fatto con gli altri”. I morti dell’attacco dell’8 giugno 2021 sono 10, 16 i feriti. Tra loro c’è Nadir. “Non ci hanno spiegato nulla. Ci hanno sparato e basta. A sangue freddo. A me sono toccati due proiettili. Uno è entrato da dietro ed è uscito dallo stomaco. Un altro mi ha colpito sulla gamba”. Il proiettile, spiega l’infermiere Haji, ha colpito anche la spina dorsale. “Ora il paziente è paraplegico. Ma c’è una speranza che possa recuperare. Faremo del nostro meglio”. Nadir è ancora incredulo. “Abbiamo salvato tante vite, togliendo le mine. Come ricompensa ci sparano. Non riesco a capire perché”.

Fotografie di Giuliano Battiston
© Vincenzo Metodo
Il futuro
L’oppio ha vinto la guerra
Amalia De Simone, giornalista freelance Marta Serafini, giornalista, Corriere della Sera

“Ho sessant’anni e mi faccio da quando ne avevo trenta”. Abdullah ha la pelle segnata dal tempo e dalla vita. Da un occhio non ci vede più. I denti rimasti sono completamente marci. È diventato tossicodipendente in Iran, dove si era rifugiato dall’Afghanistan a causa della guerra. “Avevo trovato un lavoro, asfaltavo le strade. Ma poi ho iniziato a drogarmi, prima con il tariak (l’oppio) e poi con l’eroina. E così ho perso tutto”.

Oggi Abdullah vive sotto il Pule Sukhta, il ponte dei disperati di Kabul, dove è tornato. È solo, non ha più notizie di sua moglie e dei suoi figli. “Mi hanno accoltellato e picchiato più volte. Nessuno mi sta aiutando”, dice strofinandosi la camicia lurida contro la guancia.

© Victor J. Blue

Quindici afgani, 19 centesimi di dollari. Tanto costa il tariak, una palla di oppio. Una dose di eroina invece è più cara, 2-3 dollari. In Afghanistan ci sono 2,5 milioni di consumatori, 800 mila di loro sono donne, 100 mila bambini. Il 40% è tossicodipendente. Un esercito le cui fila si ingrossano con il rientro dei rifugiati da Iran e Pakistan. 

L’oppio in Afghanistan è arrivato nel 13esimo secolo con Gengis Khan. Per molto tempo la coltivazione è stata finalizzata all’uso medico e al consumo locale. È solo nell’Ottocento che inizia il commercio oltre frontiera, dopo che Abdur Rahman Khan, ai tempi emiro dell’Afghanistan, obbliga le tribù pashtun a spostarsi al confine con l’Iran. Lo scopo di questa mossa è duplice. Mettere a tacere le proteste dei pashtun che già allora avevano scarso accesso ai lavori e alle posizioni migliori. E aumentare le divisioni etniche del Paese secondo la vecchia regola del divide et impera.

© Archivio EMERGENCY ONG Onlus

Avanti veloce di due secoli, l’oppio resta il protagonista. “Come successo in Laos, in Vietnam o in Colombia, anche in Afghanistan dopo l’invasione sovietica il traffico di droga è servito a finanziare i conflitti”, scrive Farib Nawa, autrice di Opium Nation. Risultato, dopo il 1979, l’amministrazione Reagan dà il via all’operazione Cyclone e inizia a fornire armi ai mujahedin impegnati nella guerra con l’Unione Sovietica. L’obiettivo è solo uno: sconfiggere Mosca. Ma tra quei uomini barbuti nascosti sulle montagne c’è anche Osama Bin Laden, l’uomo che diventerà il nemico numero uno dell’America. All’epoca però quel nome non dice niente a nessuno. E mentre i ribelli trafficano oppio per comprare le armi, la CIA sta a guardare e — secondo alcuni — addirittura aiuta a creare i laboratori di eroina. “La nostra missione era mettere in difficoltà i sovietici, non avevamo tempo di occuparci dei danni causati dal traffico di droga e non penso di dovermi scusare per aver sconfitto il nemico”, sosterrà anni più tardi in un’intervista l’allora direttore della CIA per le operazioni in Afghanistan, Charles Cogan.

© Vincenzo Metodo

Dal 2001 in poi, la storia è facile da riassumere. Quando gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, danno il via all’operazione Libertà Duratura, la produzione di oppio è al suo minimo storico. I Talebani ne hanno vietato la coltivazione. Dopo la loro sconfitta, però, il vuoto di potere e la necessità di finanziare nuovamente la guerriglia fanno rifiorire di rosa tutto il Paese. E ogni tentativo — civile e militare — di distruggere o riconvertire le coltivazioni resta vano. “Abbiamo fallito”, dichiarerà nel 2014 John Sopko, ispettore speciale per l’Afghanistan del governo statunitense, sottolineando come in 13 anni, a fronte di oltre 7 miliardi di dollari stanziati per la lotta al papavero, i campi abbiano raggiunto un’estensione di oltre 300 mila ettari. Pari a 400 mila campi da football USA.

“Oggi in Afghanistan ci sono oltre 200 mila ettari coltivati a oppio, in testa le province meridionali di Helmand e Kandahar, Oruzgan e Farah. Ma dal 2015 pure le regioni occidentali, finite anch’esse sotto il controllo dei Talebani, sono diventate produttrici”, spiega Jelena Bjelica, analista di Afghan Analysts Network. E se per gli agricoltori l’oppio è il prodotto più redditizio (il giro di affari è stimato intorno ai 3 miliardi di dollari all’anno), non stupisce che i poppy fioriscano. O che il 90 per cento dell’eroina mondiale sia fabbricato con oppio che proviene dall’Afghanistan.

E ora che i soldati statunitensi e internazionali hanno lasciato l’Afghanistan nell’instabilità generale, una sola certezza resta: quei campi di papaveri rosa non faranno altro che crescere. Con loro, il numero di tossicodipendenti. In Afghanistan, così come nel resto del mondo. 

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza.

L’ultimo capitolo
Ezzatullah Mehrdad, giornalista da Kabul

Da sei anni Fazel vende bolani, un tipico piatto afgano, davanti al Centro chirurgico per vittime di guerra di EMERGENCY nel quartiere di Shahr-e Naw a Kabul, la capitale afgana. I suoi clienti sono tutti accompagnatori dei pazienti dell’ospedale, e nonostante il suo bolani sia buono, sono sempre angosciati mentre aspettano di conoscere il destino dei loro familiari.

“Il mio cuore soffre”, dice Fazel, che ha 20 anni ma un volto pieno di rughe che ne dimostra 50. “Ho visto tutto della morte. Ho visto persone con la testa mozzata o tagliata a metà”. Assiste all’arrivo in ospedale di 20 pazienti al giorno, in media.

Nonostante il ritiro delle truppe USA e delle truppe alleate, il Paese rimane un luogo di morte. Mese dopo mese, l’Afghanistan è afflitto da un conflitto sempre più inestricabile e con l’infuriare della guerra i negoziati di pace tra il governo afgano e i Talebani procedono a rilento, lasciando spazio alla diffusione della violenza.

© Mathieu Willcocks

I pazienti dell’ospedale ed i clienti di Fazel non sono tutti vittime delle violenze talebane o del fuoco incrociato tra i combattenti Talebani e le forze afgane, ma arrivano in ospedale anche a causa di gruppi più piccoli, nati nell’ombra di decenni di guerra. Mohammad Mohammadi, 23 anni, stava aspettando che salvassero suo padre durante il giorno di Eid al-Adha, la “festa del sacrificio”.

“Nonostante fossero i giorni dell’Eid sono stati momenti immensamente dolorosi”, ha detto Mohammad, il cui padre è stato pugnalato ripetutamente e poi gettato in un torrente nel campo di famiglia. “La morte è molto meglio di questa vita. Non può andare peggio di così”.

La situazione, invece, sta peggiorando. Nella regione nord dell'Afghanistan, Mirza Mohammad, 33 anni, padre di cinque figli, conduceva una vita tranquilla fino a quando la guerra non ha raggiunto la sua casa, giorni fa, nella provincia di Takhar. Dopo che i Talebani hanno preso il controllo del distretto, le forze afgane hanno condotto attacchi aerei contro di loro.

I Talebani si sono rifugiati in casa sua, cacciando Mirza e la sua famiglia. Mentre erano in fuga, il fuoco incrociato tra le forze afgane e i Talebani ha colpito Marwa, la figlia di Mirza. Marwa, 12 anni, è stata ferita a un piede e suo padre l'ha portata dalla provincia di Takhar a Kabul, all'ospedale di EMERGENCY.

"La vita sta diventando ogni giorno più dura e brutale", ha detto Mirza, che aspetta fuori dall'ospedale. "Non credo che ci sarà pace".

© Francesco Cocco

Nel febbraio 2020, gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con i Talebani suscitando preoccupazioni sul futuro e, al tempo stesso, la speranza che un accordo di pace possa porre fine alla guerra. Nei mesi successivi all’accordo, però, la guerra ha preso il sopravvento e la violenza rimane uno strumento vitale per la sopravvivenza nel Paese.

Nonostante il ritiro delle truppe, gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti e di altre potenze mondiali, molteplici discussioni tra il governo afgano e i Talebani, la guerra è proseguita. I Talebani sono riusciti a conquistare decine di distretti in tutto l’Afghanistan, spingendo le forze governative a concentrarsi sulla protezione delle aree urbane del Paese.

Con i Talebani che continuano la guerra per la conquista dei distretti e circondano una mezza dozzina di capoluoghi di provincia del Paese, le possibilità di pace stanno via via sbiadendo. Per i Talebani la vittoria sul governo afgano sembra vicina, ma a quale costo? La loro vittoria porterà all’armamento di forze di opposizione in tutto il Paese, una lunga e brutale guerra civile è imminente.

© Mathieu Willcocks

Quando i Talebani hanno preso il controllo dei distretti, i gruppi anti-Talebani si sono schierati con le forze governative e hanno intrapreso un tentativo di resistenza in tutto il Paese. Se il governo afgano dovesse crollare, cedendo all'avanzata dei Talebani, milizie e forze locali continuerebbero a combattere.

Gran parte della resistenza locale contro i Talebani ha origine dal conflitto etnico ma anche dalle atrocità commesse in questi anni. Gruppi etnici come gli uzbeki e gli hazara, presi di mira per molti anni, hanno ottimi motivi per combattere i Talebani con determinazione. Tuttavia, per ritrovare una strada verso la pace, la vittoria non è più un'opzione.

© Mathieu Willcocks

Lo stallo militare, invece, potrebbe mettere l’Afghanistan su un sentiero meno violento. Il dottor Jonathan Schroden, analista senior presso la CAN Corporation con sede in Virginia, Stati Uniti, afferma che uno stallo militare tra il governo afgano e i Talebani può indurre entrambe le parti a capire che una soluzione politica alla guerra è l'unica a poter garantire la sopravvivenza del Paese.

“Esiste la possibilità che i Talebani conquistino il Paese, ma ci sono tanti altri scenari possibili: disgregazioni, rafforzamento dei signori della guerra, e innumerevoli altri scenari”, ha dichiarato in una conferenza stampa il generale Mark Milley, presidente del Joint Chiefs of Staff dell’esercito degli Stati Uniti.”Non credo che l’ultimo capitolo sia ancora stato scritto”.

“Il mio cuore è davvero a pezzi”, ha detto Ibrahim, che vende alimentari e sigarette per strada, di fronte ai caffè. “Vorrei solo avere meno clienti provenienti dall’ospedale di EMERGENCY e più clienti dei caffè”.

Tutte le opinioni, pareri e giudizi espressi all’interno degli articoli scritti dagli autori esterni riflettono esclusivamente il loro punto di vista personale, basato sulla propria esperienza.

Il nostro racconto
Giuliano Battiston, giornalista
Vita da studentesse

“Sono debole, non riesco ancora a poggiare bene il tallone, ma mi sento molto meglio e sono viva”. Salima ha 17 anni. Studentessa, ama la matematica e vorrebbe diventare ingegnere. La incontriamo nella casa dei genitori, in un quartiere della periferia sud-occidentale di Kabul, Dasht-e-Barchi, abitato perlopiù dalla minoranza sciita degli hazara, discriminati al tempo dell’Emirato islamico d’Afghanistan e oggi obiettivo della branca locale dello Stato islamico.

Il quartiere è povero, la casa è semplice. Un piccolo giardino con qualche albero da frutto, su cui sono distribuiti quattro edifici bassi, dove vive tutta la famiglia allargata di Salima. “Siamo originari della provincia di Bamiyan, ma siamo venuti via da lì più di 20 anni fa, quando c’era l’Emirato dei Talebani. Qui a Kabul ci sentivamo più sicuri. Ora non più”, ci spiega con espressione preoccupata lo zio, Quadratullah.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Salima è stesa su un materassino in un angolo del soggiorno di casa. Due dei fratelli più piccoli, Mahmoud, adolescente, e Bashir, 9 anni, se ne prendono cura massaggiandole il piede e sistemandole il velo sulla fronte. Lei è convalescente. È una delle sopravvissute al triplice attentato che l’8 maggio 2021 ha colpito le studentesse che uscivano dalla scuola Sayed al-Shuhada, a circa un chilometro e mezzo dall’appartamento in cui la incontriamo.

“Erano le 4 e 30 del pomeriggio. In uscita c’erano 4.500 studenti e studentesse, 150 insegnanti, tra cui molti volontari”, ci racconta nel suo ufficio Aqila Tavaqoli, già insegnante, dal 2012 preside della scuola. “La prima macchina imbottita di esplosivo è saltata in aria a cento metri dall’ingresso della scuola. Poi, a distanza ravvicinata, altre due esplosioni”. Due IED, ordigni esplosivi improvvisati, le armi micidiali che, secondo l’ultimo rapporto di UNAMA, nei primi 6 mesi del 2021 hanno mietuto un numero di vittime tre volte superiore a quello dello stesso periodo del 2020: 1.958. E che nel decennio 2011-2020, come abbiamo visto nel secondo capitolo, hanno causato il 79 per cento di tutte le vittime civili colpite da armi esplosive in Afghanistan, secondo i dati di Action on Armed Violence.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

La preside Aqila Tavaqoli racconta di aver provato inutilmente a chiamare polizia e ambulanze, dopo la prima esplosione. Rievoca le urla, le corse affrettate, il caos. “Sono svenuta. Quando sono rinvenuta la scuola era vuota”. I soccorsi arrivano in ritardo. Padri, madri, fratelli, residenti, docenti, tutti prestano aiuto. Trasportando feriti, raccogliendo i morti da terra, cercando di riconoscere le proprie figlie, nipoti o studentesse da zaini, libri, astucci, scarpe spaiate e insanguinate.

“Qualcuno ha portato Salima al Mohammed Ali Jinnah”, un ospedale lungo la strada Shaheed Mazari, racconta il padre, Mubarak. “L’abbiamo cercata tre ore prima di trovarla. Era irriconoscibile. È stata lei a riconoscerci”. Per il padre, Allah le ha salvato la vita. “Un medico ci ha detto: ‘Non c’è più niente da fare. Il suo corpo è lì, potete portarlo via’. Era insieme ad altre sue compagne, morte. Ma lei ci ha riconosciuto, ha chiesto l’ossigeno, si è rianimata. Poi l’abbiamo portata da EMERGENCY”.

Uno degli edifici della scuola Sayed al-Shuhada.

“È stata ricoverata per quasi venti giorni”, aggiunge lo zio Quadratullah, 30 anni. “Aveva il volto ustionato, tante ferite sulle braccia, sulla schiena, sulle gambe, lo stomaco rovinato, il tallone malridotto. Era in condizioni pessime”. Nel Centro chirurgico “è stata operata allo stomaco. Le hanno tolto tante schegge dalla schiena e dalle gambe. Hanno fatto davvero tanto per lei. Senza chiederci soldi”. Il padre sostiene che non avrebbe potuto permettersi cure a pagamento. Di mestiere trasporta pesi e materiali con una carriola. Si mette al servizio degli altri nei mercati della città. Quel che guadagna è appena sufficiente per mantenere la famiglia. Ad EMERGENCY, dice, “non funziona come negli altri ospedali, dove se non hai soldi o conoscenze non vieni curato”.

Salima è stata curata e poi dimessa. “Mi sento molto meglio anche se non riesco ancora a camminare bene. Ogni giorno devo fare un’iniezione per il dolore al tallone. Il resto delle ferite va bene”. Con lei sono state curate altre studentesse della scuola Sayed al-Shuhada. “In ospedale c’erano tre mie compagne di classe e molte altre che frequentano la mia stessa scuola”. Il registro delle mass casualty di EMERGENCY l’8 maggio 2021 segnala l’arrivo di venti ragazze, sette donne, due uomini.

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Quel giorno all’ospedale di Kabul c’è anche Luca Radaelli, che in Afghanistan ha trascorso 7 anni, dal 2010 al 2017, anche come Coordinatore dei progetti negli ospedali e nei Posti di primo soccorso. Radaelli l’8 maggio è a Kabul per una visita come Medical Staff Planning Manager. “Negli anni trascorsi in Afghanistan purtroppo ho avuto a che fare con molte mass casualty, ho assistito all’aumento degli attentati suicidi, agli attacchi contro strutture e personale medico, ma non è stato comunque facile affrontare quella giornata. Sono arrivate decine di ragazze. Tutte della comunità hazara, tutte studentesse, tutte in condizioni gravi. Ci siamo chiesti quali fosse la loro colpa. Forse voler studiare?”.

Secondo UNAMA, nei primi sei mesi del 2021 sono stati 16 gli attacchi contro scuole o personale scolastico, nel 2020 sono stati 62, 70 nel 2019. Sono 191 nel 2018, l’anno in cui, come abbiamo visto nel primo capitolo, UNAMA registra il maggior numero di morti, 3.803, ed EMERGENCY il più alto numero di pazienti di guerra ricoverati, ben 7.106. Secondo i dati di UNAMA relativi ai primi 6 mesi del 2021, nella prima metà dell’anno ci sarebbero stati già 16 attacchi contro edifici scolastici. Il bilancio più grave è proprio quello relativo all’attentato contro la scuola Sayed al-Shuhada di Kabul: 300 persone rimangono ferite o muoiono. Sono perlopiù studentesse con meno di 18 anni.

Attacchi alle strutture scolastiche

1 attacco

Dati disponibili dal 2007.

Fonte: United Nations Assistance Mission in Afghanistan – UNAMA

Molte di loro fanno ancora i conti con le conseguenze psicologiche dell’attentato. Salima non nasconde la preoccupazione, ma intende tornare a scuola. “Spero di rimettermi al più presto, di poter tornare a seguire le lezioni. Mi appassiona tanto la matematica. Ma ci deve essere sicurezza, dobbiamo essere protette”. Quando andiamo a visitare la scuola Sayed al-Shuhada, in una calda giornata di giugno, le lezioni non sono ancora riprese. Fuori dall’edificio appena ridipinto con messaggi di incoraggiamento ci sono diverse studentesse. Tra loro c’è Zarifa, 12 anni. Anche lei è rimasta ferita nell’attentato. Tira fuori dalla tasca un foglio spiegazzato. Poi legge con voce sicura la sua “poesia triste sull’attentato”, di fronte a un piccolo uditorio. Alcuni versi suonano così: “Con la prima esplosione, sono state uccise le figlie. Con la seconda, le madri. L’ultima esplosione ha ucciso i padri. Il nemico del Paese è un diavolo, divora il sangue della sua stessa gente”. E ancora. “Siamo fiori schiacciati sulla strada per la scuola, uccelli ingabbiati, uccisi per ignoranza”. “Questa poesia non offre cure, solo lo studio può curare”.

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La “cura dello studio” in Afghanistan è ancora poco diffusa, specie tra le donne, ma è in crescita. Secondo l’UNESCO, se nel 2011 la percentuale di alfabetizzazione tra le donne era del 17 per cento e tra gli uomini del 45 per cento, nel 2018 era del 30 per cento tra le donne e del 55 per cento tra le donne. In termini generali, il tasso di alfabetizzazione è del 18,2 per cento nel 1979, del 31,4 per cento nel 2011 e del 43 per cento nel 2018. Per restare agli anni più recenti, il tasso di iscrizione alle superiori è dell’1,2 per cento nel 2003, passa al 3,7 per cento nel 2010 e cresce all’8,2 per cento nel 2014 e al 9,7 per cento nel 2018.

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Tra il 2011 e il 2017, la spesa governativa per l’istruzione rappresenta sempre meno del 4,5 per cento del Prodotto interno lordo e oscilla tra il 2,6 per cento del 2012 (quando equivale al 10,4 per cento della spesa pubblica complessiva) e il 4,23 per cento del 2016 (quando equivale al 16,2 per cento della spesa pubblica complessiva). Con la crescita del tasso di alfabetizzazione, aumenta anche la consapevolezza di quanto sia importante lo studio, la formazione.

Tasso di iscrizione scolastica in Afghanistan

1,2%
2003
3,7%
2010
3,6%
2011
8,2%
2014
9,7%
2018
Fonte: United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization – UNESCO
La formazione nelle strutture di EMERGENCY

“Uno dei più grandi problemi di questo Paese è la mancanza d’istruzione”, sostiene sicuro Safar, 33 anni. Lo incontriamo nell’ospedale EMERGENCY di Kabul, durante una pausa del corso di aggiornamento per gli operatori sanitari della rete dei Posti di primo soccorso. Con EMERGENCY dal 2014, Safar lavora nel Posto di primo soccorso di Tagab, nella provincia di Kapisa. “Siamo qui per due settimane di formazione. Approfondiamo le tecniche mediche da usare quando c’è un’emergenza, ci confrontiamo sul tipo di cure da offrire, per esempio quando c’è un paziente con ferite da proiettile o da mine”. La sua professione “è fatta di pratica e studio”, sostiene con sintesi efficace.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Al Centro chirurgico di Kabul incontriamo anche Rahmat e Omar. Il primo ha 30 anni e lavora nel Centro chirurgico per feriti di guerra di Lashkar-gah, nella provincia meridionale dell’Helmand. Il secondo è nato nella cittadina di Charikar e lavora nell’ospedale di Anabah, nella provincia del Panshir. Sono entrambi a Kabul per sostenere un esame.

Barba scura e ben curata, sguardo sveglio, Rahmat racconta di essere “all’ultimo anno della specialistica in Chirurgia. Ho finito i primi 4 anni. La pratica viene svolta negli ospedali di EMERGENCY, grazie a un accordo con il ministero della Sanità, mentre gli esami sono tenuti da una commissione ministeriale”. Chirurgia generale, ortopedia, traumatologia: sono diverse le discipline da studiare e su cui esercitarsi, spiega. “Chirurgia del trauma e ortopedia vengono praticate negli ospedali di Kabul e Lashkar-gah, che sono per i feriti di guerra, mentre nel Panshir facciamo anche chirurgia elettiva. Andiamo lì a rotazione, ogni volta per un mese”.

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Omar, 31 anni, ha appena superato un esame in Pediatria. “Ricordo che quando ero ancora un bambino sono capitato nell’ospedale di Charikar, la città in cui sono nato. C’erano tante donne con i loro bambini. È allora che ho deciso che sarei diventato un pediatra”. Lavora nell’ospedale EMERGENCY di Anabah da due anni. “Dopo essermi laureato ho trascorso un po’ di tempo in una clinica privata a Kabul, ma me ne sono andato deluso. Non crescevo professionalmente. Nel Panshir, con EMERGENCY, in questi due anni ho già imparato molto”. Per entrambi, gli esami sono un passaggio importante e necessario, ma altrettanto importante è la pratica quotidiana: “Quello di Lashkar-gah è un ospedale per feriti di guerra. Non c’è mai un momento di pace. Spesso non abbiamo tempo per mangiare o pregare. È come se tutti i giorni facessimo esami pratici, operando sotto la supervisione dei chirurghi senior o dei colleghi internazionali”, nota Rahmat.

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Gli esami sostenuti a Kabul da questi due giovani medici sono il risultato di una storia lunga. La riepiloga Gino Strada, chirurgo e fondatore di EMERGENCY: “In tutti i nostri progetti, abbiamo considerato da subito essenziale la formazione. Ci siamo sempre trovati a lavorare con staff locale che non aveva avuto la possibilità di formarsi adeguatamente, sia per la carenza dei sistemi formativi locali, sia per la mancanza di opportunità di confronto”. La formazione è importante, continua Strada “non solo per dare una risposta immediata ai bisogni, ma anche perché il personale medico possa guadagnare l’autonomia necessaria in vista di un futuro passaggio di consegne dei nostri progetti”. Il modello di intervento di EMERGENCY “è dare risposte immediate e costruire intanto nuove competenze”.

Il cancello esterno dell’ospedale di Anabah.

“Nei primi 10-15 anni, la nostra organizzazione ha enfatizzato la cosiddetta formazione on the job. Poi abbiamo pensato a strutturare formalmente la formazione del personale sanitario”. Il primo accordo con il ministero della Sanità afgano risale al 2004/2005: “in base a quell’accordo, tutti coloro che lavorano come infermieri nei nostri Centri per almeno 2 anni possono svolgere l’esame di Stato”. I primi infermieri si sono formati così”. In seguito, nel Paese hanno cominciato a diffondersi le Scuole per infermieri.

Secondo Pietro Parrino, direttore del Field Operations Department, “la preparazione medica è legata alla storia di ogni Paese. In Afghanistan il numero di chirurghi e medici che possono operare in autonomia è limitato. Molti medici si sono formati nel periodo più duro del conflitto. Per questo è stato importante formare le nuove leve, pensare ogni ospedale come un luogo di formazione continua. In questo modo, contribuiamo a formare una nuova generazione di medici che sul medio-lungo periodo contribuiranno a rinforzare in generale il sistema sanitario del Paese, migliorando le possibilità di cura della popolazione”. Ancora più importante “è stato l’accordo ufficiale con le istituzioni sanitarie, che hanno riconosciuto la pratica svolta nei nostri ospedali come Scuola di specializzazione in residenza”.

“Libretto di cura”, il registro delle attività sanitarie che aiuta la comunicazione tra medico e paziente.

“Io sono arrivato in Afghanistan in un periodo molto particolare, dopo l’arresto nel 2010 dei nostri colleghi e del nostro Coordinatore, a Lashkar-gah. I rapporti con le autorità erano incrinati. Con il National Programme Coordinator Nazar ci siamo impegnati per capire cosa fosse andato storto e migliorare i rapporti. Il riconoscimento istituzionale del nostro lavoro di formazione è stato un tassello cruciale”, nota Emanuele Nannini, per cinque anni Coordinatore di programma in Afghanistan.

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Si riferisce agli accordi con il ministero della Sanità. Prima “c’è stato l’accordo sulla Chirurgia, poi sulla Ginecologia, infine sulla Pediatria. Ora stiamo lavorando per l’istituzione e il riconoscimento di una Scuola di Anestesia e rianimazione”.

Gli ospedali di EMERGENCY vengono riconosciuti dal ministero della Sanità come Centri di formazione per la Chirurgia e la Ginecologia nel 2012. Nel 2015 si aggiunge il riconoscimento per la Pediatria. Dal 2012 al 2020 aumenta in modo significativo il numero degli specializzandi in Chirurgia. Nel 2012 erano 4, diventano 8 nel 2013, per poi aumentare a 20 nel 2018, 22 nel 2019 e 29 nel 2020. Le specializzande in Ginecologia sono 2 nel 2012, diventano 4 nel 2016 e arrivano a 10 nel 2019 e nel 2020: sempre più donne ricevono formazione completa nel Centro di maternità di Anabah, dove oggi lavorano oltre 100 donne tra ostetriche, infermiere e ginecologhe. Nel 2015, l’anno in cui il ministero della Sanità riconosce la Specializzazione in Pediatria nell’ospedale di Anabah, sono 4 gli specializzandi, nel 2016 sono 5, l’anno successivo raddoppiano a 10, nel 2018 sono 13, nel 2019 11 e 12 nel 2020.

Gli specializzandi degli ospedali EMERGENCY

1 chirurgo
1 ginecologa
1 pediatra

Dati disponibili dal 2012.

Fonte: EMERGENCY

In totale, tra Chirurgia, Pediatria e Ginecologia, sono 6 gli specializzandi nel 2012, 10 nel 2013, 14 nel 2014, 18 nel 2015, 24 nel 2016, 30 nel 2017, 40 nel 2018, 43 nel 2019 e 51 nel 2020.

© Laura Salvinelli

Tra le attività di formazione vanno incluse anche quelle per lo staff del ministero della Sanità. Tra il 2014 e il 2019, sono 1.680 le persone coinvolte nella formazione, tra personale medico e non medico, di cui 840 solo nel 2019. Si tratta di corsi brevi, riservati al personale sanitario che lavora nelle strutture distrettuali o provinciali del ministero. Importante è anche il training on the job, con il quale dal 2011 al 2018 sono state formate 1.023 persone, tra personale medico e non medico, di cui 506 nel 2011 e 121 nel 2018.

“La formazione è parte integrante del nostro lavoro, tutti i giorni”, spiega Dejan Panic, già Coordinatore dei progetti di EMERGENCY in Afghanistan e oggi in Sierra Leone. Per Panic si impara “tanto sul campo, nelle pratiche quotidiane, sia in ambito medico che extra-medico”. Anche grazie a una scelta di fondo dell’organizzazione. “Ad EMERGENCY siamo sempre pronti a condividere l’esperienza, le competenze, le porte sono aperte per chiunque voglia imparare”. La formazione “non riguarda solo i colleghi più giovani, i nuovi arrivati, ma tutti i membri dello staff, nazionale e internazionale”.

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Oltre alla formazione quotidiana, Dejan Panic ricorda i Corsi di gestione del trauma pre-ospedaliero organizzati a partire dal 2014: “Servivano a migliorare i servizi della rete dei FAP”, che abbiamo raccontato nel terzo capitolo. “In seguito i giovani supervisor venuti dalle province più periferiche sono tornati a dirmi che funzionavano davvero: grazie a quei corsi aveva salvato vite umane”.

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In Afghanistan, precisa Panic, non si tratta “di distribuire medicine. Facciamo chirurgia di guerra. Non basta un approccio missionario. Bisogna pretendere e fare il massimo, anche nell’insegnamento”. Per lui “insegnare è un lavoro a tempo pieno, ma lo è anche imparare”.

“Ci sono colleghi che lavorano con noi da 15/16 anni”, ricorda Rossella Miccio. “Hanno piena consapevolezza delle loro responsabilità nei confronti della comunità. Si sono formati nei nostri ospedali e ora formano i colleghi più giovani”.

Vecchie e nuove generazioni di medici

Tra loro c’è il chirurgo Saeed, già incontrato nei capitoli precedenti. Lavora nell’ospedale di Lashkar-gah dall’apertura. Parliamo con lui nell’ampia sala per i medici del Centro chirurgico del capoluogo dell’Helmand, mentre scambia consigli professionali con due colleghi. “Era il settembre del 2004 quando abbiamo cominciato. Eravamo soltanto 3 medici afgani allora. Oggi siamo 15. Le cose sono molto cambiate. I chirurghi internazionali ci dicevano che non erano qui per costruire, per fare building, ma per fare ‘capacity building’, e così è avvenuto”, ragiona a distanza di anni. Ricorda con riconoscenza tanti colleghi internazionali, ma dedica un pensiero particolare al “dottor Anton”.

Targa per il dottor Anton Lugo.

Si riferisce al chirurgo Jorge Anton Lugo, nato a Città del Messico nel 1968 e morto nel giugno del 2020. In Afghanistan è stato un riferimento per medici e infermieri di EMERGENCY. Nel giardino dell’ospedale di Lashkar-gah una targa di marmo bianco lo ricorda per “aver dedicato la sua vita ad aiutare e curare la popolazione afgana”.

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A Lashkar-gah lo ricordano in tanti. “Il dottor Anton ci ha insegnato tutto, a partire dall’A-B-C della chirurgia. Era sempre in prima linea, pronto a consigliarci e a sostenerci. È stato un medico e un insegnante straordinario. Purtroppo non è più con noi”, ci dice il chirurgo Nooruddin. Lavora con EMERGENCY dal 2013. “Ho studiato a Kabul e dopo aver passato un esame al ministero della Sanità ho cominciato e poi completato la specialistica in Chirurgia qui all’ospedale di EMERGENCY. Ora provo a trasmettere ai colleghi più giovani quel che ho imparato”.

“Il dottor Anton diceva sempre che era qui in Afghanistan per insegnare una specializzazione che in Europa non esiste più, la chirurgia generale”, ci racconta Dimitra Giannakopoulou, coordinatrice medica tra Kabul e Lashkar-gah. Per la “raissa”, come viene chiamata a Lashkar-gah, “ormai non si torna più indietro. Il lavoro sulla formazione ha funzionato. Vale per le competenze tecniche, mediche, ma anche per l’impostazione di fondo: l’assoluta imparzialità nel trattare i pazienti, chiunque siano. Un principio chiaro a ogni membro dello staff ormai”.

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È un principio ben chiaro anche ad Hayat, nato nel distretto di Nad Ali, occhiali scuri e sguardo serio. Hayat ha 31 anni, vive a Lashkar-gah e lavora con EMERGENCY dall’agosto del 2008. “Stavo per finire le superiori e cercavo lavoro. Sono stato assunto come assistente sanitario. Grazie a EMERGENCY sono cresciuto molto. Ho potuto frequentare una Scuola statale per infermieri, dopo la quale ho superato l’esame del ministero”. Frequenta l’università da 4 anni. “Mi manca solo l’esame finale per diventare medico”. Spera di poter poi accedere alla specializzazione in Traumatologia: “la strada è lunga ma vorrei diventare un chirurgo”.

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La sua è una famiglia povera. “Qui in Afghanistan poter studiare non è scontato come altrove. Con lo stipendio di EMERGENCY sostengo anche i miei fratelli”. Alcuni sembrano meno fortunati di lui. “Mio fratello è dovuto emigrare. Qui non c’è lavoro. Ora è a Shiraz, in Iran”. Hayat ha anche un messaggio per la comunità internazionale: “credete in noi, dateci delle opportunità, fateci studiare. Qui è tutto difficile. Ho diversi amici che, pur avendo un master universitario, sono rifugiati all’estero”.

Dalla formazione al passaggio di responsabilità

“Negli anni c’è stata una moltiplicazione delle competenze medico-infermieristiche, una sorta di effetto domino. Lo dimostrano i numeri dei chirurghi formati nel corso del tempo. L’obiettivo finale è sempre stata una maggiore autonomia da parte dei colleghi afgani”, spiega il chirurgo Roberto Bottura, con EMERGENCY dal 1999.

“Uno degli obiettivi prioritari della nostra organizzazione è garantire una formazione adeguata al personale locale, affinché possa gestire le strutture anche con pochi internazionali presenti e, sul lungo periodo, possa farsene carico del tutto”, conferma Rossella Miccio. “I nostri colleghi afgani sanno che siamo qui per due motivi: curare i feriti di guerra e formare il personale sanitario”, aggiunge Marco Puntin. Il Covid e la conseguente riduzione della mobilità tra i Paesi “hanno accelerato un processo che era già parte del piano strategico di EMERGENCY: trasferire progressivamente la responsabilità ai colleghi nazionali”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

L’obiettivo finale “è l’handover, il passaggio di consegne”. Prima di farlo passerà ancora del tempo, ma la strada è imboccata. “Il progetto pilota è a Kabul, dove abbiamo già individuato le figure chiave alle quali un giorno poter trasferire la responsabilità”, continua Puntin, che segnala la riduzione progressiva dello staff internazionale in favore di quello nazionale. Per Dejan Panic, “occorre sempre chiedersi cosa ci lasciamo dietro. È cruciale che il progetto possa essere proseguito da chi vive in Afghanistan, che le responsabilità vengano assegnate ai colleghi locali, fino a una ownership completa”.

La “transizione” vale anche in ambito medico-chirurgico, spiega Enrico Paganelli, il medico livornese incontrato nel secondo capitolo. “Le cose sono cambiate per scelta, per evoluzione naturale e un po’ anche per necessità, con la morte del dottor Anton, un punto di riferimento per tutti e un filtro tra l’Afghanistan e la sede centrale di Milano”. Già con il dottor Anton Lugo, racconta Paganelli, “avevamo favorito un maggior coinvolgimento dei chirurghi senior afgani, con l’obiettivo di renderli il più possibile autonomi nella valutazione e nella pratica clinica. Il nostro ruolo oggi è sempre più nelle retrovie”, aggiunge.

Il personale sanitario formato da EMERGENCY (ospedali governativi)

1 persona

Per Michela Paschetto, 7 anni trascorsi in Afghanistan e oggi parte della Medical Division Coordination di EMERGENCY, quello innescato con i corsi di formazione è un vero e proprio “circolo virtuoso”. Con effetti benefici non soltanto per l’organizzazione, ma per la società. “Abbiamo investito molte energie nella formazione perché riteniamo importante rafforzare le capacità locali, non solo per il nostro personale, ma per il Paese nel suo complesso”. Paschetto ricorda che “tra coloro che frequentano i nostri corsi, qualcuno poi finisce per lavorare altrove, contribuendo a migliorare il sistema sanitario”. Un sistema ancora incapace di soddisfare i bisogni della popolazione, ma che nel corso del tempo è migliorato. “Nel 2009 era difficile trovare personale preparato. Ora è diverso. E quando si va nel nostro ospedale del Panshir è impressionante vedere tutto quel personale femminile”.

La rivoluzione silenziosa di Anabah, Panshir
EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Quello di Anabah, come abbiamo visto, è il primo ospedale di EMERGENCY in Afghanistan. Aperto nel 1999 per curare i feriti di guerra, dal 2002 è dedicato prevalentemente alla chirurgia generale e traumatologica. Qui nel 2003 nasce anche il Centro di maternità. È proprio nella terapia intensiva del Centro di maternità che incontriamo Hawa. Lavora per EMERGENCY da 14 anni. “Nove anni nel reparto di Chirurgia, da 5 anni qui nel Centro di maternità”. Racconta di aver frequentato un Istituto di formazione per infermiere, di aver studiato Ostetricia a Kapisa, nella provincia di Parwan, di aver seguito molti corsi, ma di aver imparato il suo lavoro soprattutto facendolo tutti i giorni, qui ad Anabah. “Vivo a Kapisa. Vengo qui ogni giorno con il pulmino di EMERGENCY. Ci vuole circa un’ora”.

Il Centro di maternità di Anabah.

La collega Oshila, 24 anni, viene dalla provincia di Parwan. Ha cominciato a lavorare qui “poco più di un anno fa”. Per Hawa, grazie all’ospedale di EMERGENCY nel Panshir si è verificato “un grande cambiamento: alle donne prima non era permesso uscire di casa; ora vengono qui a partorire. È passato il messaggio che è per la salute delle madri e dei neonati”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

Sheila, 25 anni, ha partorito da poche ore. Il figlio Murad è “nato questa notte alle due”. Viene dalla provincia di Kapisa. “C’è un altro ospedale più vicino a casa nostra, ma ho preferito partorire qui, a 1 ora e mezzo di strada, perché il servizio è migliore”. A casa la aspettano altre due figlie. “Le ho partorite altrove. Ma per il prossimo figlio tornerò qui”, sostiene sicura. Per Nasira, 24 anni, Mukhtar è il primo figlio. Viene dalla provincia del Panshir, ma “il mio villaggio è a tre ore di macchina da qui”. Dice che le dottoresse e le infermiere sono state molto disponibili.

Nella pausa pranzo, ritroviamo molte di loro all’esterno della sala mensa, in uno spazioso gazebo di metallo colorato coperto da una vite. Dentro ci sono tavoli e panche per il pranzo. Le giovani infermiere discutono tra loro, in piccoli gruppi. Ogni tanto si alza una risata. Come Hawa e Oshila, tante vengono da altre province. Qui in Afghanistan, per le donne lavorare non è affatto scontato. Farlo lontano da casa ancora meno. Ad Anabah invece “c’è uno staff di 210 donne. Sono ben istruite e sanno svolgere con professionalità il loro lavoro”, spiega Nazar, amministratore dell’ospedale del Panshir e National Programme Coordinator. “È il risultato di un grande cambiamento sociale, non solo medico. Dalla provincia del Panshir, così come da quelle vicine di Parwan e di Kapisa, vengono donne sia per lavorare che per partorire”.

Il Centro di maternità di Anabah.

Nel 2002, quando EMERGENCY ha cominciato a coltivare l’idea, “nessuno immaginava di andare in un ospedale per partorire. Dicevano che sarei dovuto andare di moschea in moschea a spiegare l’utilità di un ospedale di maternità, ma non ce n’è stato bisogno”. Già nel 2007, ricorda con soddisfazione Nazar, “non sapevamo dove accogliere le pazienti e abbiamo dovuto ampliare la struttura”.

EMERGENCY ha scelto di oscurare le foto che ritraggono colleghi e pazienti afgani che hanno prestato la loro testimonianza per questo progetto, per tutelare la loro privacy e sicurezza.

“Ci dicevano che non era una buona idea, che era contro le tradizioni, che le donne non sarebbero mai venute, che non gli avrebbero dato il permesso”, conferma Najib, anche lui con EMERGENCY sin dall’inizio, nel 1999. Il risultato invece “è stato sorprendente. Un cambiamento radicale. Le donne vengono qui per conto proprio, per farsi visitare. Hanno fiducia nel nostro lavoro”.

Gino Strada, fondatore di EMERGENCY, si dice “orgoglioso di vedere cosa succede oggi nel Panshir. I cambiamenti sono davvero enormi. I mariti portano le donne da noi, a ginecologia. Tante lavorano con passione e risultati eccellenti”. Alla base di tutto questo, un’idea lungimirante del comandante Ahmad Shah Massoud. “Una volta Massoud, a cui ero legato da un rapporto di amicizia fatto di poche parole e molto rispetto reciproco, mi ha detto: ‘se volete contribuire all’emancipazione delle donne, lasciate stare la storia del burqa e pensate a creare istruzione e lavoro’”.

Tasso di alfabetizzazione in Afghanistan nel 2011

17%
Donne
45%
Uomini

Tasso di alfabetizzazione in Afghanistan nel 2018

30%
Donne
55%
Uomini
Fonte: United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization – UNESCO

Per Pietro Parrino la “scelta lungimirante di aprire il Centro di maternità nasce in particolare dall’incontro tra il comandante Massoud e Gino Strada, chirurgo e fondatore di EMERGENCY, al quale Massoud chiese di costruire un ospedale per le donne”. Una scelta basata su necessità reali: “c’era un’alta mortalità per le donne e per i neonati”. Nel 2002, l’anno precedente l’apertura del Centro di maternità, l’UNICEF definisce l’Afghanistan il peggior Paese in cui rimanere incinta, registrando una mortalità materna di 1.600 decessi ogni 100 mila nati vivi.

All’inizio delle attività sono circa 20 i parti al mese realizzati nell’ospedale di Anabah, ora dedicato alla memoria di Valeria Solesin, “amica di EMERGENCY che ha perso la vita nell’attacco al Bataclan di Parigi” del 13 novembre 2015. Oggi invece se ne “effettuano tra i 500 e i 700 al mese, a seconda dei periodi”, spiega Hasina, 40 anni e memoria storica dell’ospedale. “Anni fa qui era molto diverso: era quasi impossibile vedere donne che lavoravano per le ONG, con gli stranieri, fuori casa. Oggi ogni giorno vengono tante donne a chiedere se c’è un posto disponibile”.

Il Centro di maternità di Anabah è dedicato a Valeria Solesin.

È la “rivoluzione silenziosa” raccontata in un recente rapporto di EMERGENCY. Una rivoluzione di cui questa donna tenace, energica e sorridente è stata testimone e insieme protagonista. “Nel 1999 quando abbiamo aperto l’ospedale per feriti di guerra eravamo soltanto 4 donne. Io ero una rifugiata. Con la mia famiglia venivamo da Parwan, scappavamo dalla guerra. Ero senza casa, senza cibo, senza nulla. Dormivo in una tenda. Sono venuta a sapere che c’era un’organizzazione italiana che cercava personale. Mi sono offerta. Ho fatto un colloquio con Kate Rowlands. Poi ho conosciuto Gino Strada. Ed è cominciato tutto”. All’epoca, conclude con amarezza Hasina prima di tornare dalle sue pazienti, “eravamo ingenue: pensavamo che il conflitto sarebbe finito presto. Oggi sappiamo che era solo un’illusione”.

Fotografie di Giuliano Battiston